…Il Figlio dell’Uomo…

17/11/2024

La liturgia di oggi è il termine di un percorso, dopo aver ascoltato per un anno intero un Vangelo, quello di Marco (ci prepariamo poi, tra poco, a intraprendere un nuovo viaggio con il Vangelo di Luca, il Vangelo della misericordia, che ci accompagnerà nell’Anno C). Con Marco – un Vangelo semplice, che arriva al cuore di ciascuno di noi – abbiamo avuto modo di capire chi è Gesù. Gli evangelisti ci parlano tutti di Gesù, ma ciascuno a suo modo. Marco ha tre punti fondamentali nel suo percorso: 1) un Vangelo che parla di Gesù, Gesù che ha fatto miracoli, che ha insegnato, che ha predicato; poi a metà del Vangelo Pietro alza un po’ l’asticella della fede – come dovremmo fare un po’ tutti noi – e rispondendo alla domanda “Cosa dice la gente di me?” dirà “Tu sei il Cristo”: cioè 2) Gesù viene riconosciuto come il Cristo, l’inviato di Dio, colui che salva; 3) poi l’ultima scena del Vangelo, alla fine, sotto la croce, quando il centurione romano dirà “Costui davvero era il Figlio di Dio”. Questo è il percorso che abbiamo cercato di fare in questo anno: conoscere Gesù che ci porta per mano, che ci salva; conoscere Gesù che è il Messia, quindi non solo uomo come noi ma anche divino; e poi conoscere quel Dio che è morto in croce.

Il Cap. 13 di Marco è l’ultima tappa: quasi alla conclusione dell’anno liturgico, prima dell’Avvento, l’evangelista parla delle “ultime cose”, dell’ “escaton”, di ciò che accadrà alla fine.

Si tratta di un vangelo escatologico, ma che usa un linguaggio apocalittico. Che cosa significa? dal greco “apò – kalypto” = togliere ciò che copre: significa “rivelazione”. Come si fa, quando ci sono guerre, disastri… a capire dov’è Dio? Il linguaggio apocalittico ci fa comprendere che in tutto questo sconvolgimento che ci può essere, noi non dobbiamo perderci d’animo, dobbiamo capire che c’è la presenza di Dio. Gesù utilizza questo linguaggio particolare, che era in uso a quell’epoca per questo tipo di argomenti (così come esiste un linguaggio poetico, un linguaggio storico etc…, quindi non dobbiamo averne paura): con esso, Gesù ci sta incoraggiando, ci sta dicendo che in mezzo a questa distruzione che si potrà vedere nella storia, noi dovremo vedere, comprendere dov’è Dio, dov’è Gesù.

Si parla poi di tribolazione. In che senso? La prima tribolazione di cui parla Gesù è la sua sofferenza. Dopo quella tribolazione, quando tutti scapperanno… che senso avrà avuto il suo amore? la sua predicazione? Quella tribolazione sarà seguita dalla risurrezione, dalla certezza della fede, la certezza che possiamo vincere su ogni tribolazione: la passione, la morte e la risurrezione di Gesù vince ogni altra tribolazione. Questa è la prima tribolazione, sia fisica che spirituale, che sarà vinta dalla certezza della fede. Poi, dopo la morte di Gesù, ecco la seconda tribolazione: la caduta di Gerusalemme e la distruzione del Tempio. L’altra tribolazione è la persecuzione dei cristiani (Marco quasi sicuramente scrive per la comunità di Roma, pagana; e a Roma c’è la persecuzione di Nerone contro i cristiani).

Che cosa ci insegna il Vangelo di oggi? Gesù, con il linguaggio “dell’apocalisse”, vuole svelare l’importanza della nostra Fede nella sua morte, passione e risurrezione: con questa fede noi possiamo affrontare ogni difficoltà. Anche quando Gerusalemme cade, anche quando nella vita veniamo “perseguitati”, noi con questa certezza possiamo vincere tutto.

Qual è l’apocalisse di oggi? quali tribolazioni viviamo oggi? le guerre, soprattutto. E siamo portati a pensare: che senso ha la nostra fede di fronte a tutto questo? La risposta è che la fede in quell’unica tribolazione che è speranza di vita ci dona la forza di poter vivere la nostra vita con santità. Tutto passerà, anche la storia, ma “le mie parole non passeranno – ci dice Gesù – se rimarranno fisse nel vostro cuore”.

Chiediamo oggi a Dio che ci conceda di poter sempre, in questa storia difficile del nostro tempo, capire dov’è Dio, dov’è Gesù, togliendo via ciò che copre il volto di Gesù nel nostro cammino.

 

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