08/12/2024
Abbiamo ascoltato oggi il cosiddetto Protovangelo. Non si tratta del “Protovangelo di Giacomo”, quello che racconta in qualche modo tutti gli eventi legati alla nascita del Salvatore; si tratta invece dell’annuncio di quello che per tutti noi è il punto finale della storia della salvezza.
“Finale” non nel senso di “finale della storia”, quanto piuttosto perché esprime il fine, lo scopo della storia d’amore tra Dio e l’uomo, cioè la fine delle ostilità iniziate a causa del peccato originale, il peccato con il quale l’uomo si è posto contro se stesso, contro Dio e contro la creazione. Il testo che per convenzione viene chiamato anche nella teologia biblica “Protovangelo” è il testo di Genesi 3, che abbiamo ascoltato questa mattina nella prima lettura. Dice così il versetto 15 del capitolo 3 di Genesi: “Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe. Essa ti schiaccerà la testa e tu le insedierai il calcagno”.
Questo testo è stupendo nella sua semplicità, unico e magnifico perché lo potremmo definire una sintesi di tutta la teologia: la cristologia, la teologia biblica, la soteriologia. Allora proviamo, timidamente e con grande rispetto, a sottolineare alcuni elementi di questo testo, per cercare di cogliere in che modo la solennità dell’Immacolata va a toccare anche la nostra vita di cristiani.
Il capitolo 3 si era aperto con il peccato di Adamo e Eva: i nostri progenitori avevano appena compiuto quello che noi chiamiamo “peccato originale”, quello cioè che sta all’origine, all’inizio di ogni peccato, la radice inestirpabile del peccato. Se leggiamo quei testi, vediamo come la sofferenza di Dio è palpabile, così come la presa di coscienza di quella macchia tremenda che ha sporcato il cuore e le mani di Adamo ed Eva. E la conseguenza di tutto questo, dice Dio, è la morte. Ma qui entra in gioco la straordinaria fantasia di Dio, che si rivolge ad Eva, non chiamandola – come ci saremmo aspettati – madre dei mortali, ma “madre di tutti i viventi”, perché è Dio che la rende madre, dolorosamente madre, ma vittoriosa sulla morte.
Ecco, questa è la prima cosa che ci insegna Maria, e ricordiamolo sempre anche noi cristiani: possiamo essere mortali, poveri di cuore e d’amore, fragili e peccatori; potremmo essere anche dei falliti, umanamente parlando, ma di fronte alla morte, per fede, mai perdenti. Perché l’uomo lotterà sempre contro la morte, anche quando la sposerà con la guerra o ne sarà amante con la violenza. Il peccato non è una cosa umana, non ci appartiene, e inevitabilmente sempre lo rigetteremo. Non staremo mai bene con il peccato, non saremo mai buoni sposi del peccato. L’uomo non è, come qualcuno ritiene, il più grande errore di Dio; non è il parassita di una terra che senza di lui sarebbe più libera e bella. Il cuore dell’uomo è quello di un poeta. Il resto è nulla, inutile nullità. Tutti noi siamo chiamati per vocazione, come ci ha detto Paolo nella lettera agli Efesini, ad essere “santi e immacolati di fronte a Lui nella carità”, cioè nel suo amore invincibile.
Ma non finisce qui: il demonio, a cui Eva schiaccerà la testa, sarà sempre alle nostre calcagna. In questa prospettiva potremmo essere spaventati, forse scoraggiati, pensando che non ce lo toglieremo mai di torno, non ci lascerà mai in pace, tenterà ogni giorno di avvelenarci la vita. Però, tenere lo sguardo sul serpente alle nostre spalle rischia di farci dimenticare che Dio ha lasciato aperto il nostro orizzonte: davanti a noi tutto è pulito, chiaro, non ci sono nebbie capaci di impedire ai nostri occhi di guardare davanti; non ci sono forze così ostili che possano impedirci di sperare, di desiderare di raggiungere quella promessa che Dio ha fatto a noi, in Cristo: come ci ha detto Paolo, predestinati ad essere “lode della sua gloria, noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo”.
Un poeta francese, Christian Bobin, nel testo “Resurrezione”, scrive a un certo punto:
“In cielo c’è una stella per ciascuno di noi
sufficientemente lontana perché i nostri errori
non possano mai offuscarla.”
Forse è per questo che noi invochiamo Maria come “Stella del mare”.