Notte di Natale

24/12/2024
“Ecco, vi annuncio una grande gioia che sarà di tutto il popolo. Oggi, nella casa di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore”. L’annuncio dell’angelo ai pastori ha attraversato i secoli della storia dell’umanità, portando speranza ai cuori di migliaia di persone.
Lo ha fatto durante i secoli bui, delle persecuzioni contro i cristiani. Lo ha fatto durante gli anni in cui la peste uccideva milioni di persone. Lo ha fatto durante le due grandi guerre che hanno attraversato l’umanità, distruggendo vite inermi, togliendo il futuro a tantissimi bambini e rubando la dignità a un’umanità che ha toccato in quei tremendi anni uno dei punti più bassi della sua storia.
Quello stesso annuncio, passato dalle bocche degli angeli, ha raggiunto le calde praterie dell’America del Sud, le terre ghiacciate della Groenlandia, ha ascoltato i tamburi delle tribù africane e i richiami dei cacciatori delle steppe asiatiche. Quell’annuncio di angeli in festa intorno a pastori nomadi ha acceso luci e candele delle chiese di tutta l’Europa, ispirando Francesco, il santo poverello di Assisi, a ripetere quella scena nel presepe di Greccio. Ripetiamole ai nostri cuori quelle parole: Non temere! è Dio che ce lo dice: Non temere! anche se questo tempo è un tempo faticoso e pieno di insidie, anche se ti trema la voce perché con la tua mente va ai tanti drammi che porti con te, alle tue sconfitte, ai tuoi dubbi che non riesci a sciogliere.
“Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce”. Quando Isaia scrive queste pagine del suo libro, il popolo sta vivendo un momento molto difficile: il modello politico del passato sta crollando, nuove economie e nuove potenze politiche nazionali stanno prendendo sempre più consistenza e forza. Il rumore della guerra che l’Assiria sta muovendo contro i popoli vicini, si fa sempre più forte e si cercano nuove alleanze, nuove speranze. Cosa è giusto fare in questi casi? Come bisogna comportarsi? Queste sono le domande che a quell’epoca si facevano i grandi della terra, ma anche la gente più umile. Isaia interviene per dare la sua risposta, la risposta del profeta, e sa vedere oltre i confini degli egoismi nazionali e personali, perché legge la storia con l’occhio di Dio. Quella risposta, la risposta di Isaia, non è valida solo per quei tempi tanto difficili, è valida anche per noi oggi. Viviamo infatti un tempo complesso, anche noi. Le persone sono stanche di fare i conti con le promesse disattese della società che abbiamo costruito e formato in questi ultimi cinquant’anni. La violenza non cessa di fare la voce grossa, rinforzata dalle armi che l’uomo costruisce, sperando di esorcizzare le proprie paure e le proprie debolezze. Ma quelle armi, invece di tranquillizzarci, ci spaventano ancora di più, perché palesano la possibilità di una distruzione senza pari. Anche la crescita economica non ha dato al cuore dell’uomo la sicurezza che prometteva.
Il cuore dell’uomo infatti non trova pace nei beni materiali. Il consumismo lo ha solo narcotizzato in cuore, ma il dolore e le sue cause sono rimasti. C’è un senso di vuoto che accompagna soprattutto le nuove generazioni, e noi non possiamo far finta di non vederlo.
Davanti a tutto questo, ecco la promessa di Isaia, la promessa di Dio al suo popolo: “Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia. Gioiscano davanti a te come si gioisce quando si miete e come si esulta quando si divide la preda”.
Isaia non è un illuso, ma un uomo che conosce profondamente l’animo umano. Isaia sa, forse come lo sappiamo anche noi oggi, che quando si attraversano le tenebre occorre che l’anima trovi un’ancora di salvezza, un motivo di vita, una luce che possa illuminare anche debolmente il cammino di ogni giorno. Isaia sa che in un tempo faticoso come quello che stiamo vivendo occorre rinvigorire il cuore con la speranza.
Ecco allora il primo invito che ci viene in questo Natale: tenere lo sguardo fisso su un bambino.
Un bambino infatti non ha passato, ma ha solo la speranza del futuro.
Tutta la sua vita, anche se non è ancora scritta, è nascosta tra le pieghe del domani. Isaia è un uomo che può insegnare la speranza; è una sentinella che nella notte già intravede le luci dell’alba; è come una madre che nelle doglie del parto già avverte la gioia della vita che irrompe irrefrenabile. In questo Natale, alle porte del Giubileo, la Speranza torna ad essere virtù teologale da esercitare, per noi, ma anche per un mondo che non la conosce e che ne ha tanto bisogno.
Tra le molte immagini che descrivono gli effetti della Speranza, Isaia al capitolo 9 del suo libro, che abbiamo appena ascoltato, ce ne offre due:
1. “Hai spezzato il giogo che l’opprimeva, la sbarra che gravava sulle sue spalle”. Il mondo ha creduto che arricchendosi avrebbe ottenuto la gioia, ma la vera gioia nasce dalla libertà. Immolare la libertà sull’altare del benessere, come abbiamo fatto, non ci ha aiutati a trovare speranza e consolazione: al contrario, ci sta distruggendo. Guardare al bambino che giace nella mangiatoria è guardare alla gioia che nasce dalla semplicità. Proviamo a spegnere per un attimo le luci di questo Natale, tutto consumistico, per accendere una sola luce, quella della gloria di Bethlehem. Quella luce illuminerà in modo nuovo le nostre scelte, i nostri desideri e la nostra vita, mostrandoci cosa conta veramente.
2. E la seconda frase, di una potenza straordinaria soprattutto in questi tempi: “Le calzature dei soldati – dice Isaia – e i mantelli sporchi di sangue saranno bruciati”. Abbiamo bisogno di pace, abbiamo bisogno che i segni della guerra, di ogni guerra, vengano annientati.
Non abbiamo bisogno più di armi per sentirci sicuri, abbiamo bisogno di trasformare una cultura di odio in una cultura di amore. Abbiamo bisogno di trasformare un mondo fatto di contrapposizioni in un mondo costruito su ponti tra i popoli e le persone. Questo bambino, ci dice Isaia, sarà principe della pace.
Chiediamo allora, come fa sempre il Pontefice, e lo ha ripetuto questa sera aprendo la Porta Santa, di abbattere ogni barriera che ci mette l’uno contro l’altro, di distruggere le armi che vorrebbero minacciare il mondo. Non accettiamo la logica di una pace che cammina sulle macerie dell’umanità. C’è stato dato un bimbo, inerme e impotente, per mostrare che questa è la sola via della pace.
Allora, ecco un doppio augurio per questo nostro Natale: recuperare la gioia della semplicità, che ci renda autenticamente vivi, e impegnarci perché l’industria della guerra non alimenti più le nostre economie, avvelenando la fraternità.
E che sia per tutti un sereno Natale.
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