Quaresima: III domenica

23/03/2025

Alle 7:20 del 19 marzo 1994 un giovanissimo prete, di appena ventisei anni, si preparava a celebrare la Messa. Quel giorno era il suo onomastico: si chiamava Giuseppe, per tutti Don Peppe. In Sacrestia c’era un certo Giuseppe Quadrano, un uomo del clan De Falco, che con cinque colpi di pistola uccide Don Peppe Diana, colpevole di essersi schierato contro le logiche mafiose della sua terra, Casal di Principe.
Pochi mesi prima, nel Natale del ‘93, insieme ad altri parroci del suo vicariato, aveva scritto un testo, diffuso in tutte le parrocchie della vicaria, dal titolo molto evocativo: “Per amore del mio popolo non tacerò”. Una pagina appena, ma cristallina e vera, nata nel cuore di un prete che, con i suoi confratelli, ogni giorno era costretto a vedere il male farsi strada tra la sua gente, rubando la speranza ai più giovani, le forze agli adulti e tante lacrime ai più anziani.
La storia di Don Peppe Diana è forse il miglior commento che oggi potremmo fare alle pagine della Scrittura che la Chiesa ci consegna in questa terza domenica di Quaresima.

Nella prima lettura c’è un dialogo serrato tra Dio e Mosè. Dice Dio a Mosè: «Ho osservato la miseria del mio popolo, ho udito il suo grido, conosco le sue sofferenze, sono sceso a liberarlo». Di fronte a queste parole Mosè comprende che quel roveto che aveva suscitato la sua curiosità – «voglio andare a vedere questo grandioso spettacolo» dice Mosè – ora lo interpella.
Non si può rimanere a «guardare» quello che accade come se fossimo a teatro. La vita ci chiede di prendere posizione. Anche nella pagina del Vangelo, Gesù non usa mezzi termini con coloro che si presentano da lui raccontando una storia drammatica; anzi, rincara la dose.
I primi parlano del sangue fatto versare da Pilato. Pilato sceglie di fare una mossa politica, perché fa uccidere dei galilei, che in realtà erano sotto il controllo di Erode, che – essendo sotto l’egida dell’impero romano – aveva la gestione del nord della Galilea. Sono le scelte degli uomini, scelte di potere, di denaro, che non si fermano davanti a nulla. Non è diverso da quello che succede oggi, drammaticamente, in Israele, in Palestina, in Ucraina, in Myanmar, in Congo e in tanti altri luoghi del mondo. Potere e denaro diventano occasione di benessere e di lusso per alcuni; di fame, di terrore, di lacrime e di morte per altri; e noi, impotenti, a guardare, incapaci di prendere una posizione con parole e con gesti evocativi, profetici diremmo oggi, rinchiusi nelle nostre tane o, come si dice, con la testa sottoterra come gli struzzi.
E Gesù rincara la dose, con una storia diversa, ma non meno drammatica: una torre crolla, e muoiono sotto questa torre tante persone, diciotto.
Storie che sembrano ripetersi, come quella del Ponte Morandi, o quelle degli smottamenti, delle alluvioni dei giorni scorsi. Così, in TV inizia il circo delle responsabilità politiche, gestionali, degli enti del territorio, del cambiamento climatico… fino alle tesi più assurde – quelle che prevedono l’intervento di Dio che si abbatte sul mondo che non lo ama e non lo ascolta più, come se Dio fosse il vendicatore notturno.
Ma Gesù, forse, ci domanda di guardare oltre, di fare qualcosa di concreto, magari per le famiglie di quella gente morta per colpa di un destino che intreccia scelte umane, fragilità naturali e casualità.
Ecco allora che tornano forti proprio le parole di Don Peppe Diana: “Per amore non tacerò”. Se non ami il mondo, la storia e l’umanità che è coinvolta in una disgrazia, la mente si appassiona ma il cuore resta freddo, non si commuove.

Bella questa parola: commuovere. Dovrebbe essere una parola tipicamente quaresimale. Commuovere significa proprio questo: mettere in movimento, “muoversi con”; muoversi con chi si sente nel dolore, sentendo sulla propria pelle il dolore degli altri, e non fermarsi solo a ragionare.
Chi si commuove sa che deve fare qualcosa: impegnarsi, studiare, essere creativo, inventare, riorganizzare, sensibilizzare, nei modi che sono propri di ciascuno, con i mezzi che si hanno a disposizione e con la grazia che Dio non fa mai mancare.
Allora, facciamo nostro l’appello che chiudeva proprio la lettera scritta da Don Peppe in quel lontano 1993: le nostre chiese hanno oggi urgente bisogno di indicazioni articolate per impostare coraggiosi piani pastorali aderenti alla nuova realtà. AI pastori chiediamo di parlare chiaro nelle omelie, e alla Chiesa che non rinunci al suo ruolo profetico. Tra qualche anno non vorremmo trovarci a batterci il petto e a dire con Geremia “siamo rimasti lontani dalla pace”. Quello che accade è anche nostra responsabilità, non dimentichiamolo mai.

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