I di Avvento 2025

30/11/2025

E’ una domenica particolare per la Chiesa, questa. La prima domenica d’Avvento apre e ci introduce in un nuovo anno liturgico. Ed è anche una domenica particolarmente densa di avvenimenti per la nostra comunità parrocchiale. Prevede infatti il mandato agli animatori e e ai catechisti della nostra comunità. Abbiamo inoltre organizzato all’esterno un mercatino di solidarietà che conclude in qualche modo un percorso anche di collaborazione e di condivisione che c’è stato in queste settimane, in questi ultimi mesi qui in parrocchia. Ci sarà poi oggi pomeriggio il primo di una serie di appuntamenti con i giovani della nostra comunità parrocchiale. E infine, abbiamo ospiti le Piccole sorelle dei poveri.

In questa domenica così particolare, oggi la parola di Dio ci viene incontro con un’espressione forte.

Siamo invitati a vegliare. Vegliate, ci dice Gesù nel Vangelo. E questo verbo è il ritornello che accompagna il tempo di Avvento. Un tempo caratterizzato dall’attesa e dall’invocazione del ritorno del Signore. Il tempo di Avvento, infatti, ci parla proprio di questo venire del Signore in mezzo a noi. È l’invocazione dell’attesa che conclude il libro dell’Apocalisse ma che apre alla speranza. Maranathà, vieni Signore Gesù, si cantava proprio all’inizio della Santa Messa. Ed è un’invocazione che non indica soltanto la prima venuta di Gesù nella storia, quella del Natale.

Approfondiremo un po’ di più l’idea della venuta natalizia, da dopo il 17 dicembre. Ma in questa prima parte la venuta che la Chiesa ci chiede di prendere in considerazione è quella ultima, quella della fine dei tempi, così come abbiamo letto nei passaggi delle letture.

Queste due venute, la prima e l’ultima, contengono tante altre venute nella storia del Signore Gesù: gli incontri che ciascuno di noi fa con Lui proprio nell’avventura del quotidiano.

Dall’idea di questo ritorno, di questa attesa, nasce la prima provocazione che ci regala questo tempo in preparazione al Natale. Si tratta in realtà di una domanda semplice, forse per qualcuno addirittura banale, ma quantomai attuale in questo particolare tempo che stiamo vivendo, in questa nostra storia.

E la domanda è: siamo abituati ad attendere? Come viviamo l’esperienza dell’attesa noi oggi? Beh, la prima cosa che possiamo dirci è che spesso, per molte persone, l’attesa è collegata all’ansia. Facciamo un esempio sicuro. Avete il cellulare, no? Avete uno di quei sistemi di comunicazione chat e messaggistica, che ormai abbiamo un po’ tutti, cioè il WhatsApp. Allora, il WhatsApp ci fa fare la classica esperienza dell’ansia da attesa. Perché quando tu mandi il messaggio, appare la spuntina grigia, che indica che il tuo messaggio l’hai mandato… e tu già guardi. Dopodiché aspetti e dici: vediamo se arriva. E aspetti la seconda spunta, per vedere se il messaggio è arrivato al destinatario.

Poi però – non tutti, perché alcuni hanno le impostazioni di privacy -… aspetti che diventi blu: significa che il messaggio è stato letto. E lì l’ansia diventa atroce. Perché aspetti la risposta. Risponderà?

Ecco, diciamo l’attesa come ansia. Ci sono tantissime esperienze di ansia legate all’attesa.

Anche perché l’attesa ci fa confrontare con una cosa alla quale oggi non siamo più abituati, che è l’esperienza del vuoto. L’esperienza del silenzio. L’esperienza della perdita di qualcosa. E la cosa più importante di oggi è sicuramente il tempo. Perché è un bene preziosissimo che nessuno di noi vuole sprecare. E quindi facciamo in modo che il nostro tempo sia condensato, che all’interno di questa breve esistenza che abbiamo ci possa essere tutto quello che noi desideriamo. Tant’è vero che ormai possiamo dire che oggi nessuno ha più tempo. Una delle cose che manca di più alla nostra vita è un po’ di tempo per noi. Del tempo per sé.

Naturalmente poi il tempo della famiglia o per la famiglia che diventa sempre di meno. Figuriamoci se abbiamo tempo, tolta la scuola, per lo studio, per la lettura, o addirittura per la ricerca personale. Tanto c’è sempre qualcuno che cerca per noi: se hai una domanda, cerca la risposta Google; se vuoi andare a pranzo, ti cerca la risposta The Fork; se ti vuoi fare una chiacchierata, lo puoi fare con Chat gpt.

Insomma, c’è sempre una risposta pronta e proporzionata alla nostra vita. Dunque c’è bisogno di fare uno sforzo in più. Tutti con i loro mille impegni, neanche fossero manager o colleghi di Musk, ma soprattutto spesso poi privi di relazioni vere, costruttive, intense.

A volte sembra che come il Grinch delle storie di Natale, questo personaggio che vuole rubare il Natale… voglia anche rubarci il tempo. Chissà, magari, in una bella favola, cent’anni fa, la giornata era le 36 ore, non 24. E in quella lunga giornata c’era il tempo per pensare, per amare. C’era anche il tempo per fare una cosa, che oggi è più rara dei panda: annoiarsi. Poi è arrivato il Grinch, che si è rubato 12 ore. E noi siamo rimasti con questa giornata di 24 ore, che non ci basta mai.

Qui, dentro questo tempo, c’è il primo dei doni dell’Avvento: ci restituisce, l’Avvento, un tempo per trovare tempo. Ma questo è solo il primo dei doni che ci vengono fatti.

Il secondo è conseguenza di questo primo dono del tempo. Perché, se ti fermi, cosa preziosa, inizi a pensare in autonomia, e non ti affidi più a qualcuno per pensare. E se cominci a pensare in autonomia, capisci, improvvisamente, ti accorgi che, riguardo il tempo, ti hanno rubato la libertà, che è figlia della riflessione. Perché chi non pensa è un uomo schiavo. Tutti i sistemi totalitari privano l’uomo della possibilità di pensare con la propria testa e rendono gli altri schiavi.

Ma qui c’è un terzo passo da fare. Perché se ti fermi e pensi, e se pensando riprendi in mano la tua libertà, la prima cosa di cui ti rendi conto è che questa tua libertà è stata resa fragile dal peccato, dalle tue inconsistenze. E ti trovi, allora, a parlare con Dio, a mostrargli il tuo fianco ferito, e a chiedergli come puoi guarire.

Se prendiamo in mano uno dei libri più belli della storia, che è Le Confessioni di Sant’Agostino, e prendiamo il Libro ottavo delle Confessioni al capitolo XII, Agostino racconta la sua esperienza. Ha avuto modo di fermarsi per un attimo. Dice il testo che scappò – stava chiacchierando con un suo amico – e si andò a sdraiare sotto un albero. Cominciò a piangere a dirotto, perché si era finalmente reso conto che tutto quello che aveva fatto fino a quel momento in realtà era soltanto esperienza di schiavitù, e che il peccato l’aveva inondato. E dice a sé stesso: “per quanto tempo, per quanto tempo il domani, il domani, il rimandare, perché non subito, perché non in quest’ora la fine della mia vergogna?”. E sente dentro di sé una voce che gli dice “prendi e leggi”. Prenderà la Scrittura e si ritroverà davanti la pagina della lettera di San Paolo Apostolo ai Romani che abbiamo ascoltato oggi nella seconda lettura: “la notte è avanzata, il giorno è vicino, gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce”.

In fondo, l’Avvento, questo tempo che ci è donato per pensare, per costruire la nostra libertà e per fare una lettura attenta di quello che ci portiamo dentro, è anche un tempo adatto e utile per la conversione, perché è un tempo che ci è regalato per la nostra libertà.

Sfruttiamolo. E se dobbiamo preparare un regalo per Natale il primo facciamolo a noi: regaliamoci un po’ di tempo per annoiarci.

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