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03/05/2026

La domanda di Filippo – “Mostraci il Padre!” – è forse una delle più vere, più umane e più universali che risuonano nel Vangelo.

Non è solo la domanda che pone Filippo a Gesù, ma in qualche modo la domanda che ciascuno di noi potrebbe porre a Gesù. È il grido silenzioso di un cuore che cerca un volto, una radice, una casa, un senso, una direzione alla propria vita.

Nel clima caldo e intimo che caratterizza l’esperienza emozionante di quell’ultima cena con i discepoli, Gesù si accorge del loro turbamento. Non li ignora, non corregge bruscamente i loro sentimenti, ma li abita. E proprio lì, dentro quella paura così profondamente umana, quella di restare da soli, di non avere più un posto, di non essere più riconosciuti, consegna il dono più grande ai discepoli, e a ciascuno di noi: “Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me”. Perché il cuore dell’uomo è sempre alla ricerca di una casa. Non tanto una casa fatta di mobili, quanto piuttosto una casa fatta di relazioni, di presenza, di amore. Una casa dove qualcuno ti dica: tu appartieni a me.

Nel romanzo “Jane Eyre” di Charlotte Brontë a un certo punto la protagonista, dalla sommità di una scala, vede l’uomo che ama, l’uomo per il quale in qualche modo ha cambiato la sua vita, e gli dice: “Ovunque tu sia, è la mia casa, la mia unica casa”. E’ la nostalgia di una presenza che rende ogni luogo abitabile e ogni distanza colmabile, in ragione dell’amore.

E Gesù oggi ci rivela qualcosa di sorprendente: questa casa non è un luogo, ma una persona: è il Padre. “Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore, dice Gesù”.

E non sta parlando di spazi fisici, quasi che il Paradiso fosse una specie di condominio o residenza alberghiera… quanto piuttosto di un luogo in cui le relazioni profonde, in cui l’amore accogliente è capace di aprire a tutti una speranza, una comunione in cui ciascuno trova il suo posto, unico e insostituibile. Il posto che Gesù prepara non è un ruolo sociale, non è un titolo, non è una sicurezza esterna: è il compimento del nostro entrare in relazione con quel Dio che si è fatto padre per noi, che si è fatto famiglia per noi.

E allora comprendiamo meglio quella frase così forte e così incisiva che Gesù pronuncia in questa pagina del Vangelo: “Io sono la via, la verità e la vita”.

Gesù non indica una strada: è Lui la strada. Non offre una teoria: è Lui la verità vivente; e non promette qualcosa: è la vita stessa. In lui il Padre si rende visibile, accessibile, si fa vicino, prossimo. Per questo, alla richiesta di Filippo risponde con parole che lasciano senza fiato: “Chi ha visto me, ha visto il Padre”. Ecco il cuore della nostra fede. Non un Dio lontano, un Dio nascosto, un Dio irraggiungibile, ma un volto: il volto di Gesù, un volto che accoglie, che perdona, che si dona fino alla fine.

Ma c’è di più. Gesù non solo ci mostra il Padre: ci introduce nella stessa relazione che lui ha con il Padre. Parla di quello che i teologi chiamano la misteriosa “inabitazione del Padre e del Figlio”: io sono nel Padre e il Padre è in me. Una specie di danza d’amore, una comunione totale. E in questa comunione così intima, così speciale, così unica, noi siamo invitati, perché la porta della casa di Dio non è chiusa, è stata aperta anche per noi. Rimanere in lui significa entrare dentro questo circolo d’amore, dentro questo movimento di cui lo Spirito Santo è il protagonista e in qualche modo è l’anima attrattiva. Significa scoprire che non siamo più stranieri, non siamo solo ospiti, non siamo soli, non siamo senza casa: siamo figli.

E da figli siamo chiamati anche a diventare segno di questa casa per gli altri. In un clima così caratterizzato dall’individualismo come quello nel quale viviamo oggi, tante sono le persone che cercano qualcuno con cui condividere gli stessi ideali, le stesse speranze, la stessa sete del futuro. E noi come comunità cristiana siamo chiamati a costruire relazioni e ponti con questi uomini e queste donne che cercano uno spazio di condivisione, che chiedono a qualcuno una casa, una casa dove abitare. Il mondo ha fame di questo, ha fame di luoghi e di cuori dove abitare senza paura, in un mondo invece che è caratterizzato dai non luoghi, dall’assenza di possibilità di costruire relazioni autentiche.

Oggi il Vangelo ci invita a fidarci, a credere che la nostra ricerca non è una ricerca vuota ma ha una risposta; che la nostra nostalgia del futuro ha un volto, che si staglia all’orizzonte della nostra vita; che quell’inquietudine che portiamo in cuore ha una meta, e questa meta non è lontana, è già in mezzo a noi: è Gesù, VIA che conduce, VERITÀ che illumina e VITA che ci abita.

Ed è per questo che con un cuore riconoscente eleviamo in questa celebrazione eucaristica la nostra lode a Dio:

Gloria al Padre, sorgente di ogni dimora e di ogni amore! Gloria al Figlio, via che ci conduce, e volto che rivela il Padre! Gloria allo Spirito Santo, respiro vivo che abita in noi e ci rende figli.

A Dio, uno e trino, casa eterna dell’uomo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli. Amen

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