La donna cananea

16/08/2026

Ci sono pagine del Vangelo che sono un po’ difficili, non soltanto da commentare, ma anche da accogliere e da recepire, perché il Gesù che viene dipinto da queste pagine sembra essere molto lontano da quello al quale siamo abituati.
Una donna si avvicina a Gesù. Si tratta di una donna cananea, fondamentalmente una straniera. La potremmo definire con una parola forte come “infedele”, perché non appartiene al popolo di Israele. E’ una donna che porta nel cuore dolore immenso, un dolore tipicamente di madre. Ha una figlia che soffre, il testo di Matteo dice che “soffre terribilmente”. E come ogni madre cerca una spiegazione, si fa delle domande, cerca una salvezza per questa figlia. Perché il Signore non mi aiuta? Perché il Signore sembra accanirsi proprio su uno di questi piccoli che non ha colpe, che non ha fatto nulla di male, che non merita quel dolore e quella sofferenza?

Ecco, noi siamo abituati a vedere Gesù che si piega sulle sofferenze degli uomini e delle donne che incontra, che perde tempo ad ascoltarle, che apre loro il suo cuore di fratello, che si mette al servizio, che li consola, che ha una misericordia che gli impedisce di allontanarsi da chi vive nel dolore.
Ma questa volta le cose sono diverse. Gesù sembra non ascoltare. E il silenzio di Dio diventa qualcosa di molto difficile per noi da comprendere, forse addirittura da digerire.
Eppure l’esperienza di questa donna è un’esperienza che tutti in qualche modo, in qualche momento della nostra vita, abbiamo fatto. Soprattutto quando ci ritroviamo di fronte al dolore e alla sofferenza del giusto. Come può il Signore non rispondere? Perché io prego e sembra che il Signore non abbia nulla da dirmi? Perché io chiedo e la risposta di Dio tarda ad arrivare? E’ un interrogativo che non ci lascia mai in piedi. E non solo non lascia in piedi noi, ma in qualche modo non lascia in piedi neanche i suoi discepoli, che si ritrovano di fronte a questo suo silenzio e non lo sanno interpretare, tanto che si rivolgono a Gesù e chiedono che questa donna venga esaudita. Al che a loro Gesù dice che non è venuto se non per i perduti della casa di Israele. Eppure nell’atteggiamento dei discepoli ritroviamo qualcosa che è anche profondamente nostro: l’atteggiamento nei confronti del dolore. Loro dicono letteralmente: “Esaudiscila, perché ci grida dietro”.

Quante volte anche noi di fronte al dolore cerchiamo delle scappatoie? non ci vogliamo rapportare col dolore. Se esiste un luogo sempre più spesso disertato dalle persone è l’ospedale. Quando ci dicono che qualcuno sta all’ospedale, non è che ci venga proprio subito la voglia e l’entusiasmo di andarlo a trovare.
Cosa dico a una persona che sta soffrendo? Soprattutto se magari mi proclamo cristiano e lui mi dice “ma dov’è quel Dio che tu preghi ogni domenica… e io mi ritrovo qui in un letto di ospedale a soffrire?”. E di fronte a tutto questo rischiamo di rimanere in silenzio anche noi, perché fonda,entalmente non lo comprendiamo. Allora preferiamo evitare, ci rivolgiamo al Signore e diciamo “vedi di esaudirla altrimenti metterai in crisi anche la mia di fede, oltre che la sua”…

Ma questa donna ha un atteggiamento molto particolare, molto diverso dal solito. Di fronte al silenzio di Dio lei in qualche modo tenta un approccio nuovo, un approccio che parte proprio da quel no che il Signore ha presentato a lei. Si avvicina: “Signore, mia figlia sta male”, e Gesù gli risponde con una frase terribile, forse una delle poche frasi assolutamente terribili, paragonabile a quella frase sullo scandalo dei piccoli quando dice “mettetevi una macina da mulino al collo e buttatevi nel mare”… dice: “non è bene dare il pane dei figli ai cagnolini”, che non vuol dire “cuccioletti di cane”, vuol dire “cagnacci”… Eppure questa donna prende quel no e lo trasforma in preghiera: “anche i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”.

Cosa sta dicendo questa donna? Sta dicendo che lei si rende conto, si sta rendendo conto che nella sua vita a quel no corrispondono tantissimi piccoli sì, ai quali deve prestare attenzione, che deve guardare, deve riconoscere. Come quando in una giornata di forte caldo, quando stai sudando, tu senti una boccata d’aria, dura pochi secondi, è niente rispetto al calore di quella giornata… ma in quella boccata d’aria tu trovi tutta la bellezza e la grazia che stavi cercando, e la riconosci. E di questi piccoli sì, di queste piccole briciole di grazia, la nostra vita è costellata, anche quando noi non le vediamo. Ed è lì che Gesù riconosce in questa donna non tanto una “fede” quanto piuttosto quella fiducia tutta umana, quella modalità con cui poi la fede creduta si esprime, che le permette di aprire il suo cuore e il cuore di Dio.
Ma che tipo di fede ha questa donna? Certo lei torna a casa, resta cananea, resta una straniera, resta un’infedele; quindi la fede di questa donna non è la fede nel messianismo di Cristo, nel fatto che lui è il figlio di Dio, il redentore venuto a salvare Israele; non entrerà a far parte del gruppo dei discepoli. È la fede di una donna che cerca continuamente la propria fede e che non è detto che riesca a trovarla. E quanti – forse anche di coloro che ogni domenica vengono a Messa – si trovano in questa situazione! Dicono: – la mia fede non è grande, sì io credo nel Signore ma tante volte rimango ancorato ai miei schermi, alle mie realtà…

Ci sono nella storia della Chiesa tante figure che in qualche modo possono assomigliare alla figura di questa cananea.
Tra esse ne citiamo una molto particolare, significativa della spiritualità del secolo scorso. Una donna nata da una famiglia ebrea, una famiglia ebrea però non praticante, una famiglia ebrea agnostica – i suoi genitori educheranno lei e il fratello dentro la filosofia, dentro un laicismo molto forte, e lei crescerà così -: si tratta di Simon Weil. Diventerà filosofa, diventerà insegnante di filosofia; ma due fatti in qualche modo la inquietano, due condizioni dell’uomo che interrogano la sua coscienza: il primo sarà la condizione degli operai del suo tempo. Tanto che nonostante fosse insegnante di filosofia, decide di andare a lavorare come operaio, per capire quale fosse all’epoca la condizione degli operai; e da quell’esperienza nascerà un libro che si intitola “La condizione operaia” in cui riflette sulle dinamiche morali, sociali del contesto nel quale vive; e una seconda condizione la metterà profondamente in crisi: la seconda guerra mondiale. Morirà nel 1943 con la tubercolosi e di stenti, perché rifiuterà di mangiare: dice letteralmente “se non quello che hanno da mangiare i miei stessi concittadini”. All’epoca i nazisti avevano razionato il cibo e nonostante lei venisse da una famiglia benestante, e avesse un lavoro che gli permetteva di avere soldi a disposizione, decide di mangiare le stesse cose dei poveri, perché voleva capire cosa significasse. Morirà nel 1943, molto giovane. Lei fa un’esperienza particolare, incontra anche la figura di Gesù, e come questa donna cananea rimane affascinata da lui, ma soprattutto cerca di capire i silenzi di Dio. Alla fine non si farà battezzare, non si convertirà realmente, ma la potenza della sua spiritualità colpirà fortemente molti personaggi degli anni successivi. Paolo VI la citerà più volte nelle sue riflessioni. Un piccolo libro, che è una raccolta uscita postuma nel 1950 che si intitola “Attesa di Dio”, è forse il libro più conosciuto della spiritualità di Simone Weil; è una raccolta di lettere, meditazioni, riflessioni; e ce n’è una sulla scuola, in cui lei cerca proprio di capire come dentro i silenzi, dentro le fatiche si possa sperimentare una spiritualità vera, autentica, che se non altro può aprire il cuore a Dio; scrive: “L’attenzione consiste nel sospendere il proprio pensiero, nel lasciarlo disponibile, vuoto e permeabile”. È quello che fa la donna cananea: sospende per un attimo il proprio pensiero, non si ribella a quel no di Dio, lascia che il suo cuore diventi permeabile per cercare di capire cosa c’è dietro quel no; e accetta tutto, forse anche la non guarigione della figlia – non lo sappiamo – ma forse quello che accetta con certezza è che il dialogo con quel Dio che gli diceva no possa continuare ad essere un dialogo forte, significativo.
Chiediamo anche noi oggi la stessa forza della donna cananea, la forza di accettare i nostri dubbi, di accogliere anche i no che vengono da Dio, e la ricerca continua di quelle briciole di grazia che in abbondanza ogni giorno il Signore semina intorno a noi.

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