06/09/2026
Le chiavi di lettura interpretative del testo evangelico in genere vanno ricercate all’interno del testo stesso. Oggi però la liturgia in qualche modo ci “obbliga” a fare un salto nella memoria, a tornare un passo indietro rispetto alla pagina del capitolo 18 di Matteo che abbiamo ascoltato. Perché subito prima di questa pagina Gesù dice una frase ai suoi discepoli che può essere la chiave interpretativa di questo testo. Gesù aveva detto: “Dio non vuole che neppure uno di questi piccoli si perda”. Questo significa che la chiave interpretativa del testo del Vangelo è la capacità della comunità cristiana di riportare all’interno tutti coloro che in qualche modo hanno smarrito la via retta. È in qualche modo assumere, come comunità cristiana, la stessa postura del pastore che va in cerca della pecora smarrita.
Questa pagina del Vangelo, conosciuta come “la pagina della correzione fraterna”, non nasce dal desiderio di mettere qualcuno “al proprio posto” perché si è comportato male; non nasce dal bisogno di avere ragione contro l’altro; ma nasce da una preoccupazione materna, da quello spirito materno della Chiesa che la porta a desiderare che nessuno si perda.
Allora faremo insieme tre passi: quelli che Gesù invita a fare alla propria comunità; passi accompagnati da tre verbi: ASCOLTARE, ACCOMPAGNARE E CUSTODIRE.
ASCOLTARE.
Innanzitutto Gesù ci fa capire che l’atteggiamento di fondo che accompagna ogni relazione nasce dall’ascolto. Il testo dice: “Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo”. Si tratta di un atteggiamento estremamente delicato e che nasce da una profonda comunione. Perché puoi permetterti di dire a un fratello che ha commesso qualcosa di sbagliato solo quando tra te e lui c’è un amore autentico e sincero che nasce dal tuo cuore ed è riconosciuto dal suo cuore. Quando qualcuno sbaglia, in realtà la prima tentazione che abbiamo – lo facciamo un po’ tutti, anche in parrocchia – è quella di andare a parlarne con gli altri: “Lo sai che ha combinato tal dei tali?”. Raccontare quello che è successo, cercare qualcuno che ci dia ragione, anzi, qualche volta addirittura costruire intorno a quella persona una cattiva reputazione… E invece Gesù ci dice: va’ da lui e parlate voi due, voi due soli, incontralo quel fratello. Certo, questo non significa approvare l’errore che ha fatto, ma significa riconoscere che prima dell’errore c’è una persona, e che quella persona non può essere mai ridotta alle azioni che compie, men che mai se sono azioni negative. Nelle nostre parrocchie quante volte una difficoltà nasce proprio perché non ci parliamo, perché lasciamo tanti di quei “non detti” che creano un sottofondo di malessere comunitario che ci impedisce di vivere quella comunione di cui parla Gesù. Quante parole riferite male… e man mano che passano di persona in persona la provocazione diventa sempre maggiore.
Oppure semplicemente un atto compiuto e incompreso. E lentamente il fratello diventa un problema, invece di rimanere un fratello. La correzione allora parte proprio dall’ascolto. Vai, e non vai per accusarlo, ma vai con una domanda: “Che cosa è successo? Come stai? Possiamo parlare?”. Questo apre le porte a un modo completamente diverso di relazionarci tra noi. E questo va anche in famiglia; perché quello che avviene in gruppi più grandi avviene anche in gruppi più piccoli come le associazioni, i luoghi di lavoro e le nostre case. Ogni comunità umana diventa più giusta quando impara a trasformare l’immediatezza della relazione rispetto agli errori (espressa con la violenza) nella possibilità di ascoltare l’altro e comprendere come è arrivato a commettere quegli errori.
ACCOMPAGNARE
Certo, non sempre la persona fa questo passaggio e riconosce il proprio errore. Gesù però ci dice una cosa estremamente delicata: “se ti ascolterà, avrai guadagnato tuo fratello”; non dice “avrai dimostrato di avere ragione”, non dice “avrai vinto una discussione”, ma, se tiv ascolta: “avrai guadagnato” un fratello…! perché dentro quell’ascolto si è già venuta a ristabilire quella comunione perduta. E se ciò non avviene, allora Gesù ci dice: coinvolgi una o due persone, e poi eventualmente parlane a tutta la comunità.
Si tratta di una gradualità importante. È la capacità di cercare ogni strada possibile per aiutare il fratello a riconoscere il proprio errore e ritrovare la comunione. Questo è un atteggiamento che dovrebbe caratterizzare tutta la comunità, ma soprattutto un parroco, il responsabile di un gruppo, un educatore, un catechista, che non può mai dimenticare che dietro una difficoltà c’è una persona che va accompagnata. E anche noi nella vita normale delle nostre famiglie siamo chiamati a fare la stessa cosa. Anche in parrocchia… non basta ad esempio dire: “ah guarda, quello non viene più, se ne è andato da un’altra parte, che disgraziato!”. Dobbiamo chiedere a noi stessi: ma noi abbiamo fatto qualcosa perché non andasse via? Non basta dire: quella persona si è allontanata dalla fede, ma dobbiamo domandarci: siamo riusciti a capire che cosa portava nel cuore? Ecco, imparare a cambiare registro nelle domande. Accompagnare significa non arrendersi troppo presto di fronte alle fragilità dell’altro.
CUSTODIRE
Infine, terzo passaggio, Gesù dice: se non ascolterà neppure la comunità, “sia per te come il pagano e il pubblicano”.
È una parola che può sembrare dura, ma non va ascoltata dimenticando quello che c’è stato prima, altrimenti rischia di essere una semplice frase di condanna. Un po’ come quando sentiamo parlare di scomunica: la scomunica non è una condanna, ma una presa di consapevolezza; è renderci conto – e dircelo francamente – che non siamo stati capaci di mantenere la comunione; e questo per noi diventa allora un impegno. Quando Gesù dice: “sia per te come il pagano e il pubblicano” non sta dicendo soltanto che quella persona si è allontanata dalla comunità, che ha abbandonato la comunione con te; sta dicendo che da quel momento in poi tu hai nei confronti di quella persona la stessa responsabilità che hai nei confronti del pagano e del pubblicano, cioè devi aiutarla e accompagnarla a ricostruire ciò che in qualche modo il peccato ha distrutto. Questo è l’atteggiamento da avere.
Per fare un esempio: è un po’ come quello che avviene quando una persona gli prende un ictus e perde la parola non so se vi è mai capitato va rieducata, non va semplicemente facciamo finta di niente no, va riaccompagnata e gli va chiesto lo sforzo di reimparare nuovamente le parole del Vangelo, E qui il Vangelo ci ricorda una cosa importante: che quella comunione va custodita e non confusa con il silenzio davanti al male. Voler bene a una persona non significa lasciarla sola nel suo errore; significa avere il coraggio di dirle la verità, ma sempre con il desiderio di salvarla e non di perderla.
E allora se dovessimo raccogliere tutto questo in una piccola regola della nostra vita di parrocchia potremmo dire:
Ascoltare prima di giudicare.
Accompagnare prima di escludere.
Custodire sempre la comunione.
Sono tre parole che valgono per la Chiesa così come valgono per le nostre famiglie. Perché una comunità cristiana non è un gruppo di persone che non sbagliano mai; è un gruppo di persone che imparano a non lasciarsi soli quando sbagliano.
E Gesù conclude con una promessa straordinaria: “dove due o tre sono uniti nel mio nome e io sono in mezzo a loro”. Non dice “dove sono tutti d’accordo, io sono in mezzo a loro”; non dice “dove non ci sono problemi, io sono in mezzo a loro”, ma: dove due o tre sono uniti, riuniti nel mio nome. E allora anche quando dobbiamo correggerci, anche quando dobbiamo affrontare una difficoltà, anche quando come comunità siamo una comunità ferita, la comunione nasce dal rapporto con Gesù, dal nostro desiderio di tornare a Lui. È Lui che salda la nostra comunione. Se ci riuniamo nel Suo nome Lui è in mezzo a noi, e le nostre fratture fraterne – che inevitabilmente si possono creare – vengono ricomposte proprio dalla Sua presenza.
Allora chiediamogli che la nostra parrocchia sia una comunità nella quale nessuno venga perso con leggerezza; una comunità nella quale si sappia ascoltare, accompagnare e custodire; una comunità nella quale la verità non è mai un’arma contro l’altro ma sempre la più alta forma d’amore. Perché la comunione è il luogo nel quale il Signore Gesù anche oggi continua a farsi presente.