20/09/2026
Le immagini dei Vangeli sono piene di insegnamenti di Gesù riguardo il regno dei Cieli. Cosa è il regno dei Cieli? Come agisce il padrone del regno dei Cieli, cioè Dio? Come si comportano i suoi “lavoratori”? A tante domande troviamo le risposte nel Vangelo di oggi.
Gesù dà una risposta proponendo un’altra parabola sul regno dei Cieli, mostrando come il padrone della vigna agisce nei confronti dei suoi lavoratori, e come i suoi lavoratori/discepoli dovrebbero essere.
Questo testo che abbiamo ascoltato va contestualizzato. Il Vangelo di Matteo è scritto per una comunità ebraica, per dei fedeli che vengono da una tradizione solida di fede, quindi sin da piccoli hanno già vissuto l’esperienza di fede, l’esperienza di Dio. Conoscono bene la Sacra Scrittura, perciò quando conosceranno Cristo, quando diventeranno cristiani, come in tutte le situazioni, ci saranno dei piccoli conflitti tra coloro che sono giudei e coloro che vengono dai pagani.
Questo scontro nella comunità di Matteo avviene con molta evidenza. Chi ha vissuto molto di più la fede, come gli ebrei, che poi passano alla fede cristiana, si considerano un po’ superiori rispetto a coloro che vengono da una fede pagana.
Allora, il testo di oggi dà una risposta a questo grande interrogativo: chi è più importante in una comunità? Colui che ha vissuto sin da piccolo la retta dottrina, la retta fede e che ha vissuto così per molti anni, oppure colui che si è avvicinato alla fede all’ultimo momento?
Matteo pone questa parabola alla fine del suo percorso.
Dio, il padrone, chiama i lavoratori della sua vigna in tutto l’arco della vita, in tutta la giornata. Li chiama per cinque volte; e per la tradizione ebraica cinque volte significa il numero di volte – tre o cinque – in cui ciascuno doveva pregare Dio nella giornata.
Cinque volte il padrone della messe, della vigna passa per trovare, per ingaggiare e per spronare i suoi affinché vadano a lavorarla. Li chiama alle sei, alle nove, alle dodici, alle tre, alle cinque: cinque volte nella giornata. E dopo aver lavorato, ciascuno riceve la propria paga: secondo il patto stabilito, un denaro al giorno, così quanto costava, quanto veniva attribuito a una persona per un giorno di lavoro. Ma il padrone paga nello stesso modo chi è venuto al mattino e chi è venuto all’ultima ora.
Dobbiamo soffermarci un po’ sulla prima parte del Vangelo.
Dio chiama ad ogni ora della nostra vita, Dio ci incontra in ogni momento della nostra esistenza e chiama anche quelli che stanno nelle piazze alle cinque del pomeriggio.
Su questo testo ci sono molte interpretazioni.
La prima è che non vanno denigrati gli ultimi, anzi il Vangelo li predilige sempre. Papa Francesco spesso ci ricordava che gli ultimi sono coloro che sono prediletti da Dio; e la Sacra Scrittura è piena di questo atteggiamento nei confronti degli ultimi. Basta pensare alla storia della scelta di Davide.
Quando il padrone passa e alle cinque del pomeriggio vede ancora alcuni per strada e dice: ma cosa state facendo? Andate a lavorare. Potremmo pensare che siano dei fannulloni, però loro rispondono: nessuno ci ha presi a giornata. Ancora ci sono alcune piazze dove molti “padroni” vanno a prendere dei lavoratori. I più alti, grandi, robusti, forti, vengono presi più facilmente per lavori pesanti; i più fragilini difficilmente.
“Nessuno ci ha preso a lavorare” significa che sono stati scartati, perché forse il padrone li ha visti incapaci.
Allora la logica del Vangelo è che il padrone dice: no, io vi prendo. Nella vigna del Signore non lavorano soltanto i robusti, i forti, i grandi, i potenti, ma lavorano tutti. Tutti siamo chiamati, dal primo all’ultimo, a lavorare nella vigna del Signore.
E questo è il primo messaggio di oggi. Dio passa nella storia della nostra vita indipendentemente da come siamo.
A volte gli scartati sono coloro che fanno storia, perché il cuore di Dio, come dice la prima lettura di Isaia, è diverso: “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le mie vie non sono le vostre vie. Quanto il cielo sovrasta la terra, così i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri”.
Passiamo al secondo punto: la paga. Quando finisce il lavoro, tutti sono chiamati e il padrone inizia a pagare, partendo dagli ultimi, dando a ciascuno quanto aveva pattuito: un denaro.
I primi che hanno sopportato e hanno lavorato molte ore vedono che il padrone paga a ciascuno, iniziando dagli ultimi, un denaro.
Quando arriva a loro pensano che riceveranno molto di più, perché hanno lavorato tutto il giorno. Il padrone dà invece a ciascuno lo stesso denaro. Allora i primi se ne risentono: perché fa così? Noi abbiamo sopportato il sole..-
E il padrone risponderà: non posso fare ciò che voglio e delle mie cose? oppure tu sei invidioso perché sono buono?
Dio è buono, ed è buono con tutti. Dio sovrasta i nostri pensieri, va al di là delle nostre piccolezze, va al di là di quell’invidia che ogni tanto si instaura nella nostra vita. Dio paga secondo il suo cuore, secondo la sua giustizia. Nella Sacra Scrittura la giustizia di Dio è verità e misericordia, non è peso, non è la nostra giustizia.
E allora il Vangelo ci aiuta ad aprire la mente e il cuore e ad andare oltre i nostri pensieri.
E quindi ci sono due punti fondamentali nel Vangelo di oggi. Se gli ultimi vengono retribuiti secondo la giustizia di Dio, che è carità e misericordia, dei primi, cosa dobbiamo pensare? Cosa bisogna fare dei primi? E’ un po’ il nostro caso… vuol dire che dobbiamo cambiare atteggiamento. Succede infatti anche nelle nostre parrocchie: “io ho lavorato 40 anni in questa parrocchia, conosco tutto, ho fatto tutto, e adesso arriva l’ultimo, qua, e vuole cambiare tutto…”
Dio ci spiazza con i suoi pensieri. Dio è gratuità e amore. Ecco il senso del Vangelo.
Cioè, noi a volte nella vita pensiamo che il nostro “fare” nella vigna del Signore debba essere retribuito. Ma nella vita cristiana non è così. Ciò che faccio è gratuità. Tutti lavoriamo nella vigna del Signore.
Allora ci sono due risposte per il Vangelo di oggi. Gli ultimi ricevono la misericordia di Dio e i primi che hanno lavorato tutta la vita nella vigna del Signore dovrebbero essere più “santi”.
La fede non deve appesantirci. La fede deve donarci quella libertà di dire: Signore, mi hai chiamato per la gratuità. Mi hai chiamato perché io sia qui nella mia vita, non perché abbia una retribuzione finale, un premio. Il premio sarà alla fine, alla fine, alla fine…
I primi devono aver vissuto la vita nel Signore per la libertà, per la gioia, per la santità e gli ultimi devono essere grati che il Signore li ha presi, che ha guardato alle loro fatiche, alla loro debolezza. Non li ha guardate secondo la loro statura, ma secondo il proprio cuore.
Perciò tutti in questo Vangelo sono chiamati a lavorare nella vigna del Signore: i primi e gli ultimi; i primi per essere santi, e gli ultimi per la gratitudine, perché il Signore chiama tutti, in ogni momento, ciascuno di noi.