17/05/2026
Oggi celebriamo una grande solennità, in cui ricordiamo, attraverso ciò che gli evangelisti ci raccontano, questa ascesa, partenza di Gesù. Non è un addio, non è un lasciare il mondo, non è un lasciare i discepoli, ma una conferma di ciò che Gesù aveva già promesso ai suoi. Gesù, dopo la passione, la morte e la risurrezione, si congiungerà al Padre, rimanendo per sempre in mezzo a noi nel segno eucaristico, nel pane spezzato, e attraverso lo Spirito Santo guiderà la sua comunità e la sua Chiesa.
Non tutti gli evangelisti descrivono in modo simile questo evento e forse un po’ anche noi dovremmo in qualche modo cercare dei dettagli… Come è avvenuta l’ascensione del Signore? In che modo? Come si è staccato dai discepoli? Come se ne è andato verso il Padre?
Soltanto Luca, alla fine del suo Vangelo e negli Atti degli Apostoli, un po’ come anche Marco, cercano di dare alcuni dettagli, mentre il Vangelo di Matteo, che abbiamo ascoltato oggi, e anche il Vangelo di Giovanni non parlano tanto dell’ascensione, perché l’ascensione è più un mistero della fede che un dettaglio “fisico”.
L’Evangelista Matteo vuole sottolineare un fatto importante: che Gesù, dopo quel momento, dopo aver passato 40 giorni con i suoi discepoli, dopo la risurrezione, torna al Padre. E’ l’unico evangelista che ci dica come Gesù riconduca i discepoli in Galilea, nel nord. Gli altri evangelisti ci dicono che Gesù è asceso a Gerusalemme, mentre Matteo dice: spinse i suoi discepoli nella Galilea e sul monte che lui aveva loro indicato. Perché la Galilea? Per Matteo è importante questa regione perché la Galilea è il luogo dove i primi discepoli hanno conosciuto Gesù, il luogo della prima esperienza della fede che non si dimentica, potremmo dire un po’ il luogo e il senso del primo amore che non viene mai dimenticato, il luogo più forte della vita. Anche se è la Galilea delle genti, quel miscuglio di popoli e culture… ma è lì che hanno conosciuto Gesù. Perciò Gesù dice: andate in Galilea; come per dire: nella vita la conoscenza di Gesù e la conoscenza di Dio avviene in un certo momento importante dell’esistenza, poi però pian piano si può perdere. Partendo dalla nostra Galilea, dalle nostre esperienze forti di Dio, ogni tanto – come nella vita sociale e anche nella vita della Chiesa – poi quella Galilea si dimentica, perché a un certo punto si iniziano a fare le sgomitate per salire più in alto, non per salire verso Dio ma per salire verso il potere, verso la carriera, e allora la Galilea della fede si dimentica, la Galilea della fede assume un altro aspetto, non più della fede, ma quasi a dire di una ricerca umana di Gesù, di una ricerca di potere, di una ricerca diversa da ciò a cui siamo stati chiamati.
Poi Matteo dice che Gesù chiamò gli undici “discepoli”: è strano, non vengono chiamati apostoli – nel Vangelo di Matteo una sola volta i dodici sono chiamati apostoli – perché anche gli apostoli, i più intimi, non devono dimenticare che sono discepoli, tutti siamo discepoli, dal papa all’ultimo battezzato. Però noi questo lo dimentichiamo, perché poi il vestito, il colore… in qualche modo ci trascinano verso il potere. E allora quella Galilea fondamentale si dimentica. E lì Gesù li spinge sul monte, sul monte che aveva loro indicato.
Ed ecco l’esperienza dell’ascensione, come se l’ascensione fosse una purificazione, i discepoli devono contemplare questo stato diverso di Gesù dopo la risurrezione. Non è più in quel corpo, potremmo dire fisico, che vorrebbero vedere e toccare, ma è un corpo dell’ascensione, dove corpo e spirito ascendono al Padre. Il monte è il monte dove Gesù si rivela, dove Dio fa un’alleanza con Mosè, con Elia, con tutti i profeti: il monte è il luogo dell’unione tra l’uomo e Dio.
E lì i discepoli si prostrano e adorano Gesù. È interessante perché nonostante tutto i discepoli si inchinano per terra, è il verbo greco “proschéo” = mettersi per terra, prostrarsi fortemente, per riconoscere che questo Gesù che abbiamo conosciuto è Dio.
Eppure, dopo aver fatto tutto ciò, i discepoli “dubitarono”. Come mai?
Perché viene richiamata la nostra fede, la nostra esistenza. Anche noi nell’Eucaristia ogni domenica, quando ci incontriamo per celebrare, crediamo, ci inchiniamo, ci prostriamo, ci inginocchiamo. Eppure nonostante tutto, quando usciamo fuori, sorge qualche dubbio, attraverso i nostri discorsi, attraverso i nostri incontri, attraverso forse la nostra vita povera e misera… ci sono delle domande che ci poniamo.
E anche i discepoli si sono posti quella domanda. Ma a quel punto Gesù si avvicina di nuovo a loro e dice: basta, continuate la vostra missione e credete in ciò da cui siete stati chiamati. “Andate e battezzate tutti nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Questo vi comando; ed io sarò con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo”. È la conclusione del Vangelo di Matteo. Una conclusione bella e unica rispetto a tutti, perché il Vangelo di Matteo inizia nel primo capitolo con una certezza: Gesù è il Salvatore chiamato Emmanuele; dopo di che Matteo racconta tutta la storia di Gesù fino alla passione, morte e risurrezione, concludendo con queste parole.
Gesù è ancora per noi l’Emmanuele, ovvero “Dio con noi” fino alla fine del mondo. E questa è la certezza della fede che il Vangelo di Matteo oggi ci propone in questa solennità in cui celebriamo il ritorno di Gesù al Padre, ma anche la certezza che Egli rimarrà sempre con noi, in mezzo a noi.