Corpus Domini 2026

07/06/2026

Dopo il tempo pasquale e la solennità della Santissima Trinità, la Chiesa celebra oggi il Corpus Domini e si prepara alla festa del Sacro Cuore di Gesù. Sono ricorrenze che richiamano il cuore della nostra fede e l’identità stessa del cristiano, chiamato a riconoscersi e a testimoniare il Dio rivelato da Gesù Cristo.

Oggi ci soffermiamo come Chiesa, come comunità, su una solennità che affonda le sue radici in quel Giovedì Santo, quando Gesù ha lasciato quel memoriale, quel mistero, quella cena, perché fosse celebrata dai discepoli e dalla comunità per sempre.
In quella cena Gesù istituisce e soprattutto pone al centro tre elementi fondamentali: l’eucaristia, il sacerdozio e il servizio, tre elementi su cui si poggia la nostra fede, da duemila anni ormai. E’ importante ricordarlo perché Gesù lascia nell’ultima cena quel mistero, come simbolo forte e legame perenne: il pane, come memoriale del suo sacrificio sulla croce, quindi la sua redenzione. Affinché questo mistero fosse perpetuato, Gesù sceglie il pane. Perché? perché è l’elemento più semplice, più comune; perché intorno ad una mensa tutti quanti possono partecipare allo stesso banchetto. Fa impressione questa scelta di Gesù.
Il pane perché intorno ad una mensa tutti possono mangiare, ricchi o poveri. Gesù non ha scelto un elemento per un’élite; ha scelto il pane perché nel pane e nel vino, elementi semplici, fondamentali, ogni persona può essere radunata intorno alla stessa mensa.

Quindi quando noi anche parliamo di comunità, parliamo di Eucharistia, che dal greco Eucharisteo significa rendimento di grazie: Cristo si dona in quanto Grazia a noi. Senza guardare a differenze, perché tutti partecipiamo allo stesso mistero che si perpetua una volta per sempre, dice Paolo. Il sacrificio di Cristo si perpetua una volta per sempre, e ogni volta che noi celebriamo, siamo intorno a quella mensa.

La celebrazione eucaristica non è memoria, ma è memoriale, cioè un elemento, un dato di fede, a cui noi partecipiamo, un evento che si rifà, si rivive: noi viviamo ciò che è stato vissuto duemila anni fa intorno a quella mensa, a quel sacrificio che si è perpetuato una volta per sempre, e ogni volta che celebriamo, non è un rito semplice o un ricordo, ma ogni volta che celebriamo, si rifà quel sacrificio di Cristo, si rivive quel sacrificio di Cristo.
Ecco il senso di questo mistero che celebriamo. È un mistero che si perpetua da quando Gesù ha istituito quell’ultima cena e ha detto ai discepoli “fate questo in memoria di me”, io sarò presente in mezzo a voi nel pane e nel vino.

La celebrazione eucaristica è l’apice di tutte le preghiere che possiamo fare, non c’è mistero più grande della celebrazione eucaristica.
Sì, certamente ognuno cresce nella propria spiritualità attraverso le proprie preghiere, devozioni, cammini personali, comunitari, di gruppo… però tutte queste realtà devono condurci, guidarci all’unica celebrazione dell’Eucaristia che ci accoglie tutti. Gesù non ha voluto divisioni. Anche all’interno del gruppo dei discepoli c’erano realtà diverse: Giovanni il discepolo amato che era portato più verso l’estasi dell’amore, Pietro nella sua fermezza e anche nel suo modo di essere a volte un po’ “terribile”, Giacomo e Giovanni i “figli del tuono”… ciascuno ha la sua caratteristica nella comunità, però tutti concorrono al bene di tutti, celebrando l’Eucaristia da cui siamo chiamati e da cui siamo trasformati.
Ecco perché nel Vangelo di oggi ascoltiamo per tante volte questo verbo “mangiare”, che in greco non ha il senso di mangiare per sfamarsi, ma in Giovanni significa masticare e ruminare… cioè quel cibo ci deve “tornare indietro” perché deve darci vita. Quando prendiamo l’Eucaristia non è soltanto in quel momento… il senso del verbo greco è ruminare: tornando, quella Eucaristia deve assimilarci con Cristo e trasformarci in Cristo. Se questo non avviene, avviene soltanto il rito. Ecco perché Giovanni nel Vangelo insiste: mangiate e bevete, mangiate e bevete… non ci dobbiamo saziare per stare bene… ma è qualcosa di spirituale, qualcosa di più grande: mangiare il corpo di Cristo e bere il suo sangue significa assimilarli nella nostra vita, affinché Lui trasformi la nostra vita e noi diventiamo come Lui.

Le altre due realtà che ricordiamo oggi sono l’istituzione del sacerdozio, in quel Giovedì Santo dicendo “fate questo in memoria di me”: certamente per la grazia di Dio, non per la loro grazia, i discepoli celebrano e anche i sacerdoti celebrano, il mistero della grazia di Dio.

Poi il terzo elemento che ricordiamo è sicuramente la carità: nel Giovedì Santo Gesù istituisce anche la carità, il servizio. Perché? ciascuno di noi, nella vita, deve lavare i piedi agli altri, ovvero la vera comunione è quando non guardiamo alle distinzioni, ma quando guardiamo il perdono e l’amore a cui Dio ci chiama. Cristo ci convoca all’altare. I discepoli attraverso il perdono, l’amore dovranno perpetuare quel sacrificio unico di Gesù, celebrarlo per sempre.

Preghiamo affinché anche noi possiamo contemplare in tutte le chiese, in tutte le realtà dove si celebra, il mistero che ci chiama verso Dio e che ci trasforma in Dio.

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