05/07/2026
Il Vangelo che abbiamo ascoltato oggi, tratto da Matteo e compreso ormai dopo la Pasqua, ci aiuta a entrare nella dimensione più profonda della nostra vita nei confronti di Dio e del prossimo, ovvero la preghiera. Nel testo ascoltato oggi, Gesù sprona e invita i discepoli, attraverso il suo esempio, a essere sempre in comunione con Dio attraverso la sua persona.
Nel Nuovo Testamento conosciamo almeno tre grandi preghiere che Gesù ha mostrato ai propri discepoli: la preghiera del Padre Nostro, nata dalla richiesta dei discepoli di insegnare loro a pregare; il testo che abbiamo ascoltato oggi, collocato più o meno a metà del Vangelo, dove sembra ormai che ci sia un insuccesso del Vangelo: nessuno ha ascoltato, o meglio, pochi hanno ascoltato la parola di Gesù, se non i piccoli, che vedremo tra poco; e poi la grande preghiera sulla croce: «Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno».
Queste sono le tre grandi preghiere che troviamo nel Nuovo Testamento.
E il Vangelo ci aiuta, man mano che camminiamo insieme a Gesù, a comprendere che, per Gesù, tutta la vita era una preghiera. In che senso?
Dalla nascita alla croce e alla risurrezione, ogni volta che Gesù annunciava il Vangelo pregava prima e pregava dopo. Ogni volta che compiva un miracolo, pregava prima e pregava dopo. Ogni suo gesto, ogni suo atteggiamento era inserito in quel grande contesto della preghiera. Allora potremmo sintetizzare dicendo che tutta la vita di Gesù era una preghiera; così anche la nostra vita può, anzi deve, essere una continua preghiera. Le nostre parole, le nostre azioni, i nostri atteggiamenti, il nostro lavoro, i nostri incontri, tutto ciò che facciamo sia gloria a Dio. Tutto sia preghiera. Ecco la profondità del testo di oggi.
Nel Vangelo di oggi la preghiera di Gesù è una preghiera di lode. Nel Nuovo e nell’Antico Testamento troviamo almeno sette modalità di pregare: la preghiera di lode, di ringraziamento, di supplica, di gioia, di intercessione, di benedizione e di adorazione.
E questo Vangelo che abbiamo ascoltato ci aiuta a introdurci proprio nella preghiera di lode. Che cosa fa Gesù? Perché prega in questo modo? «Ti rendo lode, o Padre, perché il Vangelo è stato rivelato non ai sapienti, ma ai piccoli, ai “nefios”».
Siamo più o meno a metà del Vangelo. Gli scribi, i farisei, i dotti, i sapienti non hanno ascoltato né accolto il Vangelo. Ma chi lo ascolta? Colui che è piccolo. E nel testo di oggi essere piccoli non indica una categoria di persone o una categoria sociale, ma una qualità del discepolo. Chi pensa che nella vita spirituale, una volta imparate le cose, non ci sia più bisogno di avere fame e sete di Dio, ha fallito. In effetti gli scribi e i farisei dicono: «Noi sappiamo tutto, non ci serve più nulla; conosciamo le Scritture, conosciamo tutto». È un po’ anche il rischio della vita cristiana: quando pensiamo di aver raggiunto il traguardo nella vita spirituale, abbiamo fallito. Non siamo più “nefios”, piccoli.
E chi sono, nel Vangelo di Matteo, i piccoli?
Certamente Gesù pensa anche a Giovanni Battista che, poco prima di questo passo, aveva detto: «Signore, sei tu colui che deve venire oppure dobbiamo aspettarne un altro?», perché sembrava che il Vangelo non funzionasse, che non riscuotesse discepoli. E Gesù gli risponderà: «I ciechi vedono, i sordi odono, i prigionieri sono liberati». Ecco il Vangelo: sono i gesti concreti della vita.
Ma chi altro troviamo, nel Vangelo di Matteo, come categoria del discepolo vero, piccolo? I piccoli sono i pastori che accolgono la nascita di Cristo; sono i Magi, che sono sapienti e dotti, ma non hanno smesso di desiderare di nutrirsi e di abbeverarsi alla Parola di Dio. Oggi ci sono molti sapienti e dotti che pensano di essere arrivati. Quando pensiamo questo, è facile dire: «Sono nel giusto»; ed è facile dire: «Posso sganciare le bombe dove voglio perché io ho la giustizia». Ma quella è giustizia umana, non divina. Il senso del Vangelo è questo: Gesù dice: «Ti rendo grazie, Signore, perché il Vangelo nasce nel cuore dei piccoli, di coloro che hanno ancora sete e fame della Parola di Dio». E tutti noi siamo alla ricerca di questa Parola.
Il secondo aspetto di oggi è questo: Gesù ci invita a portare quel giogo insieme a Lui. Cos’è il giogo nel Vangelo di Matteo? «Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore».
Il giogo è la legge di Dio. Matteo scrive alla comunità giudaica, a coloro che conoscono bene la Scrittura. Nell’ebraismo il giogo è la legge di Dio. Perciò Gesù non annulla la parola di Dio; anzi dice: «Prendete la legge che io ho vissuto, prendete il mio giogo». È la legge dell’amore che io ho vissuto verso Dio e verso il prossimo. «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita».
Noi siamo chiamati a prendere ogni giorno il giogo di Cristo su di noi, che è il giogo della legge che Gesù ci ha insegnato: la legge dell’amore verso Dio e la legge dell’amore verso il prossimo, e a camminare con Lui. Un vero discepolo non si discosta mai dalla legge di Dio e, soprattutto, non si discosta mai dalla legge di Cristo, che è l’amore, la comunione e la concordia.
Preghiamo per tutti noi affinché possiamo essere sempre, in ogni condizione della nostra vita – sia che siamo presidenti, persone semplici o appena nate – piccoli di cuore, capaci di imparare, di abbeverarci alla Parola di Dio e di apprendere così la legge dell’amore da Gesù, che ce l’ha insegnata, per seguirlo nelle strade della nostra vita.