04/10/2026
Con ancora impresse negli occhi le immagini dell’esperienza di Papa Leone XIV in Francia, con rappresentata nello stadio tutta la storia della salvezza del popolo francese – quei grandi santi come Giovanna d’Arco, Teresa di Lisieux, il Curato d’Ars… – per far comprendere che la fede da essi seminata non è morta, e avendo di conseguenza pensato un po’ anche noi alle nostre tradizioni, cercando di comprendere la nostra storia personale da cui deriva la nostra fede, pensando ai nostri santi, quelli famosi, ma pensando anche alla santità delle persone vicine, che hanno trasmesso la fede nella nostra esistenza (e se ci ritroviamo in una chiesa a celebrare, significa che non soltanto qualcuno di più lontano, con un’esperienza di fede forte, come San Francesco che festeggiamo oggi, ma anche qualcuno più vicino, come genitori, nonni, fratelli o qualche amico, ci ha trasmesso la fede, ci ha fatto incuriosire e ci ha donato quel seme di speranza dove la fede nasce, matura, cresce e produce frutti…) – veniamo al Vangelo di oggi.
Il Vangelo di oggi non è altro che lo specchio di questa storia, non è altro che il racconto di questa storia.
Gesù, per la terza e ultima volta, narra una parabola riguardante la vigna del Signore. È successo per tre domeniche consecutive: abbiamo iniziato da quella parabola dove ognuno è chiamato, a un’ora particolare, a lavorare nella vigna del Signore – o dal mattino, o alla sera, o a mezzogiorno – e poi, domenica scorsa, abbiamo letto quel brano famoso dove il padrone invita i due figli: “Vai a lavorare nella mia vigna”, e uno dice di sì, poi però non ci va; l’altro dice di no, poi ci va.
Oggi arriviamo all’ultima parabola raccontata da Gesù riguardo la vigna del Signore, che parla del popolo di Dio: noi, i capi, le guide, coloro che conducono e curano quell’eredità che Dio lascia. E il testo di oggi forse è il testo più crudo, più duro, più terribile, in cui Gesù, con una parabola, racconta effettivamente la storia della salvezza, partendo quasi dalla creazione fino ai suoi giorni, fino a quel grande compimento del mistero della salvezza che finirà sulla croce e terminerà con la risurrezione, domandando e proponendo questa parabola ai sacerdoti e agli anziani del popolo.
Questo padrone, alla fine, affitta la propria vigna a dei contadini, la consegna perché questi contadini possano lavorarla e produrne frutto, ma questi contadini, benché siano stati visitati dagli amici del padrone e addirittura da suo figlio, non vogliono curarsi della vigna, anzi vogliono impossessarsene.
E il testo di oggi riecheggia il libro della Genesi: probabilmente Gesù pensa a quei testi importanti della Genesi, quando Dio crea il mondo e vi pone Adamo ed Eva dicendo loro: “Siate qui, custodite tutto ciò che vi ho dato”. Anche nel libro della Genesi emerge come Adamo ed Eva, coloro che sono stati creati a immagine e somiglianza di Dio, sono custodi, sono in qualche modo vignaioli, come poi Gesù dirà con questa parabola. Non sono padroni, non devono impossessarsi della vigna, del regno, del mondo, della comunità, della società, della famiglia; sono soltanto servi, sono soltanto vignaioli, sono soltanto persone che devono custodire.
Allora, ecco il primo termine importante, la prima riflessione che Gesù pone ai capi dei sacerdoti e agli anziani, a coloro che guidano la fede di una comunità.
Papa Francesco lo ha sempre ribadito: siamo custodi del creato, non padroni di esso, e nemmeno delle persone che Dio ci ha affidato; siamo semplicemente custodi. Gesù dirà che siamo servi, “diàkonoi”.
Luca, con forza maggiore, dirà: “Siete servi inutili!”.
Anche nell’Antico Testamento Dio, il “padrone”, ha mandato sempre profeti nella sua vigna, perché nella sua vigna coloro che guidavano le comunità, il popolo, potessero riportarlo sulle giuste vie.
Gesù racconta che molti di questi profeti sono stati bastonati, uccisi e allontanati. E fa capire ai capi dei sacerdoti che così è avvenuto nella storia di Israele, nella storia del popolo eletto: Dio ha sempre curato la sua vigna mandando profeti giusti, santi, sapienti, perché curassero, perché insegnassero, perché vivessero bene secondo l’intento del padrone e producessero frutto. Ma sono sempre stati rifiutati e addirittura uccisi.
Finché si arriva all’ultimo punto fondamentale: alla fine il padrone pensò: “Se manderò mio figlio, tutto ciò non succederà”. Naturalmente Gesù parla della propria esistenza. Alla fine Dio manda il suo Figlio, l’amato. Luca lo dirà “agapetòs”.
Cosa pensano i contadini? A impossessarsi della vigna. Hanno questa concezione: “Ma su, uccidiamolo, anzi, buttiamolo fuori dalla vigna, perché così noi possiamo prenderci la vigna”.
Ed ecco l’immagine di Gesù: Gesù verrà crocifisso dove? Fuori dalle mura di Gerusalemme, quindi fuori dalla vigna, dalla comunità, dal popolo; verrà ucciso fuori.
I capi dei sacerdoti iniziano a capire: questo testo ascoltato oggi viene spiegato, viene raccontato mentre Gesù sta sulla spianata del tempio, che è anche un punto delicato, forte. Non è una predicazione tra le vigne o le campagne di Galilea, ma è proprio davanti a un luogo dove il popolo di Israele pregava e si incontrava. E Gesù ricorda: il Figlio verrà ucciso fuori.
Quindi ecco la prima riflessione: non siamo padroni, ma siamo soltanto delle persone a cui Dio ha ceduto, ha dato in affitto la propria vigna.
E ora la seconda domanda sorge spontanea. Gesù pone questa domanda ai capi dei sacerdoti: se i profeti, i primi, sono stati uccisi e allontanati dalla vigna, e se addirittura il Figlio del padrone è stato ucciso fuori dalle mura, cosa farà il padrone a costoro?
Noi cosa risponderemmo? Se non conoscessimo questo testo e l’epilogo finale, cosa risponderemmo? Con la vendetta.
Le guide religiose e gli anziani sono contenti perché si sa che a Gerusalemme vivono le persone benestanti, ricche, e quando Gesù racconta questa parabola sa che nel territorio della Galilea del nord di Israele ci sono molti poderi, vigne affittate dai ricchi di Gerusalemme a questi personaggi.
Perciò diranno: poiché certamente Gesù è per i poveri, per gli ultimi… cosa dirà?
Ecco qui la svolta e anche la conclusione del Vangelo. Si conclude, almeno, non in una maniera lineare e chiara, ma con due conclusioni che non ci aspettiamo.
Gesù dirà: “No; non avete mai letto nella Scrittura, nel Salmo 118, che la pietra che i costruttori hanno scartata è divenuta la testata d’angolo?”.
Cioè, quella pietra scartata cade al fondamento di un edificio e diventa pietra d’angolo, fondamenta che regge una costruzione.
Naturalmente i capi dei sacerdoti si rendono conto: “Allora parli di te stesso, tu sei il Messia, tu sei il Cristo, che nonostante tutto ti fai crocifiggere, morirai, ma non cedi alla verità”.
Gesù non cede alla verità. Avrebbe potuto dire: “Io sono d’accordo con gli ultimi che hanno il podere in Galilea e che lavorano per conto dei ricchi di Gerusalemme”, e Gesù poteva dire: “Va bene, dobbiamo far fare la stessa fine anche a loro”.
Gesù dice: “No, non è giusto. La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata pietra d’angolo”.
Allora, ecco l’ottica di Gesù, la prima conclusione importante.
Per attualizzare la Parola nella nostra vita: oggi viviamo momenti terribili di guerra, di ingiustizia sociale e anche di ingiustizia globale, mondiale. Si parla di armarci, armarci, armarci, produrre il male…
L’istinto umano è rispondere al male con il male e uccidere. L’istinto di Gesù, invece, è lasciare che la pietra che i costruttori hanno scartato divenga sede di speranza.
Certamente questo è il mistero di Dio e di fronte al quale noi non possiamo dire nulla. Non possiamo dire: “Perché, Signore, dobbiamo agire sempre con questa speranza di pace, di carità, di misericordia, di amore, come hai fatto tu? No, il nostro istinto è uccidere, far fare a loro la stessa fine che hanno fatto fare a mio figlio, alla mia famiglia, alle mie persone amate”.
Gesù dice che non è così. Noi siamo cristiani, siamo credenti, siamo persone che seguono la via della salvezza attraverso la sequela di Gesù, e dobbiamo imparare ad essere servi secondo il Vangelo.
E la seconda apertura è: Gesù dice loro “State attenti, dovete seguire quest’opera di salvezza attraverso la croce. State attenti perché, se non siete ‘servi’ (diàkonoi) delle comunità, servi e non padroni delle persone e delle cose che Dio vi ha affidato, Dio prenderà la vigna e la darà a un altro popolo”.
E anche qui la conclusione è che effettivamente tutti coloro del popolo d’Israele che si consideravano credenti e fedeli perderanno quel primato, e quel primato verrà dato a chi crede in Gesù Cristo, che è morto per la salvezza; è da quel seme, da quella morte, che è nata la salvezza, è nata la forza, è nata la comunità, è nata quella comunità che crede che Cristo è morto, ha donato la sua vita per amore e che è il Figlio di Dio che ha salvato il mondo.
Anche noi siamo chiamati a questo messaggio di salvezza. Dio si aspetta da noi che siamo sempre nella sua vigna servitori e non padroni che cercano di impadronirsi di quel creato così bello che Lui ha creato a sua immagine e somiglianza.