A Dio quello che è di Dio

18/10/2026

Questo brano del Vangelo di Matteo ci pone davanti a un momento importante della vita di Gesù: la venuta del Messia e il rifiuto del Figlio di Dio, il Cristo atteso. I farisei cercano di cogliere Gesù in fallo e di trovare il modo per allontanarlo e, in definitiva, eliminarlo. Nel testo di oggi accade qualcosa di importante e straordinario, ma anche di inconsueto, forse persino impensabile.

Per affrontare Gesù, i farisei ricorrono a una strategia particolare.

Il Vangelo di Matteo racconta, quasi con dolore e sorpresa, che i farisei mandano da Gesù alcuni dei loro discepoli insieme ai discepoli degli erodiani.

Si tratta di due gruppi distinti, che non condividono le stesse idee e che spesso si trovano su posizioni contrapposte. Eppure, pur di cogliere Gesù in fallo e trovare un pretesto per condannarlo, si alleano. È qualcosa che può accadere anche nella vita: per eliminare qualcuno o fargli del male, talvolta si stringono accordi che sembrerebbero impensabili.

Nella Scrittura troviamo un altro episodio simile. Erode e Pilato erano nemici, appartenevano a mondi e interessi diversi; tuttavia, quando si trovarono coinvolti nella vicenda di Gesù, si riconciliarono. Come racconta il Vangelo di Luca, al capitolo 23, da quel giorno diventarono amici. Accade anche nella nostra esperienza di vita.

Due gruppi che non si avvicinano per amicizia o perché si vogliono bene, ma perché hanno un interesse comune e un accordo utile a entrambe le parti.

Che cosa hanno in comune questi due gruppi e che cosa, invece, li distingue? I farisei seguono con grande scrupolo la Legge di Dio. Il loro nome è tradizionalmente collegato all’idea di separazione: si considerano osservanti e fedeli, attenti a rispettare la Legge e le prescrizioni religiose. Gesù, però, li rimprovera spesso perché rischiano di curare l’apparenza esteriore senza lasciarsi trasformare nel cuore. Li paragona ai «sepolcri imbiancati»: belli all’esterno, ma pieni di morte all’interno. Sono molto attenti alla Scrittura e, oltre ai comandamenti, osservano anche numerose prescrizioni della tradizione, che la tradizione rabbinica raccoglierà nel numero di 613 precetti.

Gli erodiani, invece, sono legati alla dinastia di Erode e al potere politico, che governa la regione sotto l’autorità di Roma. Devono mantenere rapporti con Roma, dalla quale dipende in larga misura la loro posizione politica.

Ecco, dunque, due gruppi differenti che si mettono d’accordo e si presentano a Gesù con una domanda. Prima, però, lo circondano di elogi. Anche questo preambolo, che nel testo liturgico può non essere sempre ascoltato per intero, fa parte della loro strategia: si rivolgono a lui chiamandolo «Maestro» e riconoscono che insegna la verità, che indica la via di Dio e che non si lascia condizionare dalle persone.

Gli dicono, in sostanza: «Tu insegni la via di Dio secondo verità e non guardi in faccia a nessuno». L’espressione significa che Gesù non giudica in base all’aspetto, al prestigio o alla posizione sociale di una persona, ma guarda alla verità e al cuore. Non si lascia impressionare dal potere e non fa favoritismi. Gli interlocutori, tuttavia, non lo lodano sinceramente: usano parole apparentemente rispettose per preparare una trappola.

La domanda è questa: «È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Gesù si trova davanti a una domanda insidiosa. Se avesse risposto di sì, i suoi interlocutori avrebbero potuto accusarlo di sostenere l’occupazione romana; se avesse risposto di no, avrebbero potuto denunciarlo come oppositore dell’autorità politica.

Qual è, allora, la risposta giusta?

Gesù non si lascia intrappolare in questa contrapposizione. Chiede che gli venga mostrata la moneta del tributo e domanda di chi siano l’immagine e l’iscrizione. Gli rispondono: «Di Cesare». Allora Gesù pronuncia una risposta molto chiara. Prima smaschera la loro ipocrisia, poi dice: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

La parola forte che risuona in questo episodio è «ipocriti». Il termine richiama l’immagine dell’attore che indossa una maschera. È come se Gesù dicesse loro: Voi recitate una parte; mettete una maschera per ingannarmi e tendermi una trappola. Non state agendo con sincerità. Poi aggiunge: «Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Questo brano ha dato origine a molte interpretazioni. Una delle più rilevanti è questa: Gesù non vuole contrapporre semplicemente la vita sociale alla vita di fede, come se fossero due realtà incompatibili. Quando dice di rendere a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio, non invita a separare la società, la patria e la vita quotidiana da Dio. Al contrario, ci chiede di vivere con responsabilità la nostra presenza nel mondo: nei luoghi di lavoro, nella politica, nella scuola, nell’università e nella famiglia, siamo chiamati ad agire con giustizia.

Se Gesù contrapponesse la vita concreta alla vita di Dio, non ci offrirebbe una vera indicazione per vivere.

Possiamo comprendere meglio la sua risposta se torniamo al primo capitolo della Genesi. Dio crea l’essere umano e gli affida il mondo, perché se ne prenda cura e lo governi responsabilmente. All’uomo è affidata la vita comune: la società, la fraternità, la convivenza. In questo senso, siamo chiamati a dare alla comunità e alla società ciò che compete loro, senza dimenticare che tutto, in ultima istanza, appartiene a Dio.

Gesù, dunque, non contrappone semplicemente una realtà all’altra: stabilisce una priorità. Ci invita a vivere pienamente la nostra vita sociale e comunitaria, ma con la consapevolezza che l’ultima parola appartiene a Dio. Viviamo nella comunità e partecipiamo alla vita del mondo sapendo che Dio è presente e che tutto trova in lui il proprio significato ultimo.

Cesare non può pretendere di governare il mondo come se ne fosse il padrone assoluto. Anche oggi alcuni potenti sembrano pensare di poter fare tutto ciò che vogliono. Ma ogni autorità dovrebbe esercitarsi con responsabilità, nel rispetto della dignità umana e in sintonia con il disegno di Dio. La risposta di Gesù ci ricorda che possiamo riconoscere ciò che spetta alla società e alle istituzioni, senza dimenticare che niente è assoluto al di fuori di Dio.

San Paolo ci aiuta a comprendere questa verità: ciò che siamo e ciò che abbiamo è ricevuto. Non ci appartengono in modo assoluto neppure la nostra esistenza, la nostra vita e la nostra fede. Tutto è dono e tutto, in definitiva, appartiene a Dio. Questa consapevolezza ci apre a una dimensione più grande e più profonda. È con sapienza che Gesù risponde: «Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Oggi preghiamo gli uni per gli altri, perché nella nostra vita possiamo essere testimoni del Vangelo. Chiediamo di diventare persone che pongono al centro la potenza di Dio, che è l’amore: un amore che ci raduna ogni domenica alla Messa per celebrare l’Eucaristia e per lasciarci rinnovare da Dio, che ci ha creati e ha posto in ciascuno di noi il dono della vita. Amen.

Torna in alto