25/10/2026
Molti santi e molti padri della Chiesa hanno cercato di individuare una regola capace di orientare la propria vita. Anche ciascuno di noi, nel proprio cammino, cerca una sintesi, un modello, qualcosa che possa aiutarlo. Sant’Agostino riuscì a condensare il suo pensiero in una frase molto semplice, ma significativa: «Ama et fac quod vis», cioè: «Ama e fa’ ciò che vuoi».
Il Vangelo su cui la Chiesa riflette oggi ci presenta Gesù, ancora una volta messo alla prova dai farisei. Nelle domeniche precedenti abbiamo ascoltato le diverse provocazioni rivolte a Gesù dai sadducei, dagli scribi, dagli erodiani e anche dai farisei. Oggi questi ultimi tornano in scena. Hanno visto che Gesù ha messo a tacere i sadducei a proposito della risurrezione, sulla quale si discuteva se esistesse oppure no. Questa volta lo interrogano su un tema ancora più delicato: la Sacra Scrittura, l’Antico Testamento e i suoi comandamenti.
«Maestro, qual è il comandamento più grande?». A noi una domanda del genere potrebbe sembrare semplice. Ma, se proviamo a entrare nella mentalità di un credente ebreo di quell’epoca, chiamato a osservare molti comandamenti e precetti, comprendiamo che la domanda non era necessariamente soltanto una provocazione. Poteva essere anche una ricerca, il desiderio di conoscere e di avere una certezza.
Oltre ai dieci comandamenti, all’epoca di Gesù esistevano infatti 613 precetti, per metà negativi e per metà positivi. Un buon credente poteva dunque chiedersi quale fosse il comandamento fondamentale, quello che dava senso a tutti gli altri.
Anche noi, nella nostra vita cristiana, ci domandiamo quale sia la cosa più importante per seguire Dio. Ciascuno può indicare una pratica o un percorso: chi il rosario, chi l’esercizio della fede, chi della catechesi o del catechismo. Ma rischiamo di dimenticare ciò che è essenziale per noi: la Celebrazione Eucaristica, culmine della nostra preghiera e del cammino di fede.
È proprio questo il tema che emerge dal Vangelo di oggi: «Maestro, qual è il comandamento più grande?» (fra questi 613 precetti?). Gesù risponde con semplicità, richiamando un insegnamento che era già stato discusso da diversi rabbini. Per esempio, il rabbino Hillel (uno dei grandi rabbini dell’epoca di Gesù, che aveva una sua scuola) insegnava: «Non fare agli altri ciò che non vorresti che gli altri facessero a te».
Nel Vangelo, Gesù riprende questo insegnamento e risponde senza lasciarsi trascinare nella polemica con i farisei. Nella nostra vita spirituale e anche nella vita della Chiesa, ciascuno può proporre il proprio slogan, il proprio percorso o il proprio gruppo: il mio gruppo è migliore del tuo, il mio è ancora meglio… Gesù, invece, non entra in questa competizione. Si richiama alla Scrittura e, attraverso la sua profondità, mette al centro ciò che essa insegna. Cita il libro del Deuteronomio: il primo comandamento è amare Dio. Ogni ebreo lo conosceva bene; infatti, sulla porta di casa si usava collocare un piccolo testo contenente le parole del Deuteronomio, capitolo 6 (“Ascolta, Israele…”): « (…) Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze». Dio non si può separare. L’amore per Dio non può essere diviso. Non possiamo separare Dio dalla nostra vita, né dividere l’amore che gli offriamo. L’amore per Dio coinvolge tutta la persona: è un amore indiviso, che abbraccia la vita intera. Quando il cuore si divide e perde il proprio orientamento, rischiamo di smarrire la direzione della vita. L’amore autentico chiede di coinvolgere pienamente noi stessi.
Gesù, però, aggiunge un altro elemento importante: c’è un secondo comandamento, simile al primo, che troviamo nel libro del Levitico: «Amerai il tuo prossimo come te stesso». Due comandamenti simili, dunque, uniti da un legame profondo: l’amore per Dio e l’amore per il prossimo.
Ecco il senso profondo del Vangelo. Gesù non sceglie una parte contro l’altra e non si lascia condizionare dai nostri limiti e dalle nostre contrapposizioni. Richiama invece la Scrittura e pone al centro, nella mente e nel cuore dei farisei, ciò che è essenziale: l’amore per Dio e per il prossimo.
Un insegnamento che accompagna la nostra formazione cristiana fin da quando eravamo bambini. Per noi, la celebrazione eucaristica è il culmine della preghiera. Ognuno ha anche il proprio modo di pregare. Ciascuno ha il proprio percorso; tuttavia, il cammino della fede cristiana ci conduce alla celebrazione domenicale, nella quale celebriamo l’amore totale di Gesù per il Padre e per il prossimo.
Riflettendo, durante questa settimana, sul Vangelo di oggi, non possiamo ignorare ciò che accade nel mondo e i gravi disordini che in questi giorni coinvolgono molte città. Anche in tutto questo, c’è uno spunto di riflessione: quando vengono meno l’amore per Dio e l’amore per il prossimo, possono sorgere disordini morali, spirituali e sociali. Non si guarda più in faccia a nessuno, si distrugge e si getta tutto all’aria, perché non si sono coltivate nella propria vita le virtù necessarie.
Quando Dio viene escluso e non si riconosce più il valore del prossimo, si rischia di arrivare alle guerre e alle grandi ribellioni, nelle quali l’uomo perde se stesso e la persona smarrisce il centro della propria vita.
Gesù, nel Vangelo di oggi, ci aiuta invece ad armonizzare queste due realtà. Dobbiamo credere in Dio e tendere verso di lui, perché la fede purifica il nostro amore per il prossimo. E dobbiamo farci vicini al prossimo, perché questa vicinanza ci impedisce di cadere in teorie astratte, in falsi spiritualismi o in atteggiamenti che ci allontanano dalla realtà in cui viviamo.
Forse le parole della prima lettera di san Giovanni apostolo possono offrirci un orientamento e sintetizzare il messaggio di questo Vangelo. Giovanni scrive alla sua comunità: come puoi dire di amare Dio, che non vedi, se non ami il prossimo, che vedi ogni giorno?