Le nozze di Cana

19/01/2025

Ci sono dei libri che si leggono una volta sola, e ci sono invece dei libri che si leggono due volte: la prima volta dall’inizio alla fine, e la seconda volta dalla fine all’inizio. Sono in particolare i gialli, perché quando tu arrivi alla fine del libro e scopri chi è il colpevole, puoi tornare pian piano indietro e ricostruire il testo mettendo in fila tutti gli indizi che durante il racconto ti erano stati dati dall’autore e che proprio con il suggerimento finale diventano logici e assumono senso.

Ecco, dovremmo oggi fare la stessa cosa con il brano di Giovanni. Siamo all’inizio, al capitolo due. Come finisce il Vangelo di oggi? “Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.”
Giovanni ci dice due cose, in questo finale, che ci aiutano a leggere tutto il testo che abbiamo appena ascoltato:

1) Il miracolo di Cana di Galilea non è semplicemente il primo dei miracoli che Gesù ha compiuto, almeno nella versione di Giovanni. Il Vangelo di Giovanni ricorda sette segni, sette grandi miracoli che accompagnano il lettore fino alla manifestazione completa di Gesù che sarà nella risurrezione. Quello che abbiamo ascoltato è il primo dei segni.
Se andiamo a leggere il testo originale, in greco, vediamo che Giovanni usa una parola particolare per dire «il primo»: usa il termine «archè», che significa «principio», «en archè». Cioè questo è il principio dei miracoli. Dove il termine «principio» non significa soltanto il primo, ma significa anche la “radice”: diremmo che questo è il miracolo che spiega tutti gli altri miracoli. Quindi noi dovremmo leggere questo miracolo non come se si legge una storia o un racconto accaduto, ma come un testo che ci spiega il motivo per cui Gesù fa i miracoli.

2) Giovanni ci dice che questo miracolo Gesù lo utilizzò per manifestare la sua gloria ai suoi discepoli. Anche questo è un altro termine che abbiamo incontrato le settimane passate, in modo particolare il termine dell’ “epifania”, che significa «manifestazione». Dunque, questo miracolo ha uno scopo: mostrare il volto di Dio, rendere visibile il volto di Dio. Se nell’epifania Gesù ha manifestato il suo volto a tutta l’umanità e nel Battesimo ha manifestato il suo volto al suo popolo, in questo brano Gesù mostra il volto di Dio in modo particolare ai suoi discepoli, a coloro che lo vogliono seguire. Quindi anche a noi.

Ora, acquisite queste due informazioni, torniamo indietro e proviamo a interpretare il testo del Vangelo che abbiamo ascoltato.
Il testo inizia con una constatazione. La fa Maria. Siamo a Cana di Galilea, un paesino non molto lontano da Nazareth, dove probabilmente c’erano dei parenti di Gesù. Maria è stata invitata a queste nozze, e con lei Gesù, che già era conosciuto, era considerato un maestro. Gesù si porta dietro, alla festa di nozze, i suoi discepoli; quindi il vino sarà finito anche per quel motivo! E lui si sarà sentito un po’ di responsabilità sulla coscienza. Ma la particolarità è che è Maria a dire “è finito il vino”, con quell’attenzione tipicamente femminile, materna, di chi si prende cura di ogni cosa. Maria si accorge che c’è qualcosa che non va, che è finito il vino.
Cosa significa questa cosa? Il vino è segno dell’alleanza, della gioia che nasce nel cuore dell’uomo quando l’uomo sperimenta l’aore di Dio e la comunione con lui. C’è un Salmo che dice che ci sono due cose che Dio ha dato all’umanità: l’olio, che illumina il suo volto – cioè che serve per renderlo bello – e il vino, che gli rallegra il cuore.
Tutto il testo che abbiamo ascoltato, in realtà, se lo si analizza con attenzione, è un vero e proprio “tessuto” di testi dell’alleanza.
Qual è la prima alleanza che Dio fa con l’umanità? Quella che segue al diluvio, simboleggiata dall’arcobaleno. Però, prima del diluvio non c’era il vino: è Noè che decide di piantare le viti, e scopre che facendo fermentare il frutto della vite, viene fuori una bevanda che – se non si esagera – rallegra l’uomo. Per cui, capiamo che il vino insieme all’acqua richiamano alla mente di quelli che ascoltano questo racconto proprio l’alleanza di Noè.

E poi c’è un altro aspetto particolare: si parla, nel testo, di sei giare. Come sono fatte le giare? Di terracotta. Ma queste sono strane: sono di pietra. E quando scrive “di pietra” Giovanni lo fa per ricordare che c’è una pietra fondamentale nella storia di Israele, quella dove sta scritta, incisa dal dito di Dio, l’alleanza delle alleanze, nei dieci comandamenti. Dunque quelle sei anfore di pietra rappresentano proprio quei comandamenti; però sono sei, numero che è il segno della perfezione non ancora raggiunta, perché poi l’alleanza perfetta sarà quella di Gesù. Oppure pensiamo ad Osea – il tema dell’alleanza sponsale -, pensiamo al Cantico dei Cantici…
Insomma è un testo intessuto di storie di alleanza dell’Antico Testamento.

Quando manca l’alleanza, e la gioia che ne deriva, quello che deve fare un uomo è recuperare il rapporto con Dio. Ma come? Il testo ci dà tre suggerimenti:

1) L’acqua. L’acqua che lava via le cose vecchie. “Faccio nuove tutte le cose”. La dimensione dell’alleanza cancella il vecchio per portare il nuovo. Quando siamo stati battezzati, siamo stati battezzati nell’acqua, e il prete battezzandoci ha detto: buttiamo via l’uomo vecchio e rivestiamoci dell’uomo nuovo.
L’alleanza fa sempre questo, e l’acqua è segno di questa straordinaria trasformazione: avviene con Noè, avviene con le acque del Mar Rosso, avviene con le acque del diluvio, e con le acque del Giordano quando il popolo entra nella terra di Israele. C’è sempre un’acqua da attraversare per cambiare vita.

2) Le anfore di pietra. Lo abbiamo già visto: sono simbolo della parola di Dio e dell’antica alleanza che dobbiamo in qualche modo rendere perfetta attraverso la contezza del dono pasquale di Gesù.

3) Il terzo elemento che ci viene consegnato oggi è l’obbedienza al Signore Gesù. Infatti Maria dirà, con una fede straordinaria: “se vi dice qualcosa – qualsiasi cosa – voi fatela”, fidatevi; fidatevi di Lui sempre, anche quando vi dice qualcosa che sembra esulare la logica della vostra vita quotidiana.

Ogni domenica, però, ci facciamo una domanda: questo testo che cosa dice a me oggi? Se andiamo a riprendere i testi del Concilio, e in particolare la Lumen gentium, il trattato sulla Chiesa, al capitolo 8 si parla di Maria, come prototipo della Chiesa: non solo è la prima dei discepoli, ma in qualche modo è l’immagine della Chiesa. Maria è la Chiesa. Quando noi, nei Vangeli, troviamo la figura di Maria, non dobbiamo pensare solo alla Madonna, ma dobbiamo pensare anche alla Chiesa.

Dunque, è la Chiesa che si guarda intorno e oggi dice a questa umanità, a questo popolo, a questa storia: manca il vino. E allora… qual è il vino che manca oggi? Qual è la cosa che manca per essere felici?
Beh, a questa domanda potremmo dare tantissime risposte.
Qualcuno potrebbe dire: manca Dio. È stato scritto qualche tempo fa in un libro che si intitola “La prima generazione senza Dio”. Perché vediamo in un contesto sociale che dopo molti secoli ha smesso di mettere Dio al centro dell’esistenza.
Barbero dice che, togliendo Dio, nel Medioevo non ha più senso nulla. Se però togliamo Dio oggi, tutto continua a funzionare nello stesso modo. Ecco, qualcuno potrebbe rispondere Dio, qualcuno potrebbe rispondere la fede; viviamo il giubileo della speranza, qualcuno potrebbe rispondere la speranza.

Probabilmente, la prima cosa che ci manca è la dimensione dell’alleanza sponsale. Cosa significa? Significa recuperare la dimensione della relazione.
Nella seconda lettura di oggi, la lettera di Paolo ai Corinzi, si richiama proprio il principio della comunione. Oggi viviamo in un contesto in cui non piace a nessuno vivere in comunione, siamo profondamente individualisti, anche a livello di nazioni: muri, protezionismo, dogane. Tendiamo sempre di più ad isolarci. Deriva da un senso di paura, e la paura non porta mai cose buone. Dimentichiamo che l’uomo è costituito, costitutivamente fatto per la comunione. Che cosa dice Dio dopo aver creato Adamo? “Non è bene che l’uomo sia solo”. L’individualismo è un male radicale che porta l’umanità verso l’autodistruzione, e sicuramente non lo porta alla felicità, alla gioia.

Certo, il prossimo “puzza”; ma senza quel prossimo, io sono nulla. Anche perché ogni giorno scopro le mie fragilità. E allora se non ho qualcuno accanto che mi sostiene, che mi incoraggia, che mi porta a riprendere in mano la mia vita e a non mollare, io rischio di rimanere a terra.
C’è un testo del Libro dei Proverbi che dice “Beato chi ha un amico”, perché quando cade avrà qualcuno che gli tende una mano e lo rialza.

Poi c’è un’altra cosa, un secondo vino che manca oggi: è la fantasia. Viviamo in un’epoca profondamente banale.
Il testo del Vangelo di Giovanni inizia dicendo che non c’è più vino, ma in realtà ci dice tra le righe anche un’altra cosa: che non hanno più acqua. Perché lo sappiamo? Perché Gesù dice “riempite le giare”.

Le giare dovevano contenere tantissima acqua, per le abluzioni. Gli ebrei erano molto puliti: quando tornavano a casa si lavavano i piedi, perché camminavano scalzi o con le ciabatte e non c’erano strade asfaltate; e poi si lavavano le mani fino al gomito.
Quindi quest’acqua serviva per fare questo, ma la gente non lo faceva più con intelligenza, nella comprensione del rito: lo faceva con una ritualità banale nella quotidianità. Ecco, oggi noi viviamo in un contesto nel quale tutto risulta banale. Non ci fa più in caso nessuno a quello che succede. Tant’è vero che i giornalisti sono costretti ad esagerare le notizie.
Charles Bukowski scrive*: «Tutti dobbiamo morire, tutti quanti, che circo! Non fosse che per questo dovremmo amarci tutti quanti e invece no, siamo schiacciati dalle banalità, siamo divorati dal nulla». (* “Il capitano è fuori a pranzo”)

Invece noi abbiamo scoperto con Gesù la straordinarietà di quella che è la nostra quotidianità. La mattina quando ci alziamo e ci guardiamo allo specchio, ci diamo una pettinata, la nostra faccia è sempre la stessa, ma ricordiamoci di guardarla come la guarda Dio. Dio la guarda come un innamorato, dice il testo che abbiamo ascoltato nella prima lettura, il testo di Isaia. Dio ci guarda come un innamorato.
Un innamorato guarda la faccia della sua fidanzata sempre come qualcosa di nuovo, di bello, di unico. Non si stanca mai di guardarla. Non è mai banale quel volto che si ripete ogni volta.
La banalità è un male dal quale dobbiamo curare questa nostra generazione. Noi lo possiamo fare, perché abbiamo scoperto la straordinarietà del volto di Dio.

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Immagine del post: Le nozze di Cana, vetrata artistica opera di Arianna Salustri, Chiesa del SS.Salvatore – Genzano di Roma

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