09/02/2025
C’è un’immagine che ritorna in tutte e tre le pagine della scrittura che abbiamo ascoltato oggi. Il profeta Isaia viene trasportato in spirito fino a Gerusalemme ed entra nel Santo dei Santi, alla visione di Dio, con i cherubini intorno all’arca che annunciano la sua gloria: “Santo, Santo, Santo è il Signore dell’Universo”. Messo di fronte a questa visione straordinaria, dice: io sono un uomo dalle labbra impure, la distanza che esiste tra me e Dio è una distanza incolmabile perché sono fatto di peccato; non posso realizzare la parola del Signore. Qualcosa di simile dice anche Paolo nella Lettera ai Corinzi, quando racconta le sue esperienze, il suo incontro con Dio. Quel Cristo che è risorto, appare ai discepoli, agli apostoli e infine – dice – “appare anche a me come ad un aborto”, perché io facevo parte di coloro che perseguitavano la Chiesa. E lo stesso Pietro, quando incontra Gesù per la prima volta lungo le rive del lago di Tiberiade durante una giornata di estrema fatica, dopo una pesca straordinaria dice a Gesù: “allontanati da me che sono un peccatore”.
Tutti e tre questi personaggi mettono in evidenza come di fronte a quella che è la straordinarietà della vita, la straordinarietà del dono del Signore, ne avvertono la distanza, tutta la loro fatica.
Ma proviamo a prendere in esame in modo particolare la figura di Pietro così come ci viene raccontata nel Vangelo di Luca.
Luca dice che lungo le rive del piccolo lago di Israele un gruppo di pescatori era seduto a riva, intento a lavare le reti. La storia ci dirà che quegli uomini avevano avuto una nottataccia, avevano tentato invano di portare a casa un po’ di pesce, ma non avevano preso nulla, avevano fallito, non erano riusciti a realizzare se stessi, quella che era la loro vocazione, la loro identità – erano pescatori; e se un pescatore torna a casa senza pesce, che tipo di pescatore è? Come si può definire, come potremmo definire un uomo del genere?
Nel linguaggio dei giovani… potremmo dire che Pietro “era uno sfigato”, uno che non credeva di essere capace di realizzare qualcosa nella sua vita. Pietro sta sulla riva del lago sperando di lavare l’onta del suo fallimento; si sente un buono a nulla, uno che non ha fatto nulla di buono, nulla che valga la pena ricordare. E questo lo ha chiuso, lo ha chiuso a tutto e a tutti. Sarà capitato almeno una volta anche a te di fallire nella tua vita; ecco, in quei momenti ti chiudi, non vuoi stare con nessuno, forse addirittura ti arrabbi, te la prendi col mondo e con tutti quelli che inevitabilmente, guardandoti, ti fanno sentire uno “sfigato”. Ti senti solo contro un mondo che non sa nulla di te e che però inevitabilmente ti giudica dall’esterno, non sa leggere il tuo cuore.
L’incipit di un libro contemporaneo, “Il diario di uno sfigato innamorato”, suona così: “Vi avverto, il testo che state per leggere è scioccante; alcune parti vi faranno scuotere la testa per l’incredulità, altre vi faranno arricciare il naso per il disgusto, altre ancora potrebbero persino farvi venire la voglia di precipitarvi fuori nella notte tempestosa, strapparvi la camicia di grosso e urlare: perché Dio, perché?! O magari vi limiterete a mettervi comodi e sorridere, forti del fatto che non vi chiamate Shakespeare Shapiro e che questa non è la vostra storia.”
Poi, qualche volta, anzi più spesso, ti capita di stare dall’altra parte: di assistere alla vita di qualche “sfigato” che nella vita non ha fatto altro che fallire – il collega di lavoro, il compagno di banco, se non addirittura un genitore; e tu li vedi qui, a lavare le loro reti vuote, le loro vite senza senso, con le lacrime, perché non hanno pescato nulla e hanno solo faticato. Hai un unico desiderio quando vedi questo: allontanarti dalla tua vita, o allontanarti dalla vita di quegli sfigati.
Alla fine tutti, come Pietro, non possiamo non dire al Signore “allontanati da me, dalla mia vita e da queste reti che mi raccontano i miei fallimenti!”.
Ma non è quello che fa Gesù con Pietro, non è quello che Gesù fa con nessuno degli sfigati in questo mondo; anzi, con loro fa tre cose:
1) Si fida di loro. Dio non ti giudica per quello che fai, per i tuoi sbagli, per le tue fragilità; Lui ti ama in modo disinteressato, è sempre pronto a fare con te il primo passo per uscire dai tuoi limiti; dice il testo, con una delicatezza straordinaria: “prendi la barca e scostati un po’ da terra”. Cioè: fai il primo passo, e non passare il tempo a piangere sulle tue reti vuote.
2) E poi fa una seconda cosa, dopo aver parlato: allarga i tuoi orizzonti e ti mette nel cuore desideri più grandi: non sei uno sfigato, ma uno che forse ha sognato poco, che ha sognato in piccolo. Occorre prendere il largo, immaginare che puoi fare qualcosa di più e di più grande, avere il coraggio di prendere una strada che nessuno pensa possibile ma che Dio vede per te praticabile. Per fare questo – ci dice il testo – ascolta la sua parola e immagina il vangelo: giustizia, verità, amore, donazione… sono solo alcune delle parole che possono fare di te una persona nuova.
3) Infine, con una meravigliosa attenzione, dice: e adesso non aver paura, “ti farò pescatore di uomini!”. Prende la tua storia, quello che sei e quello che hai fatto e vissuto, e non butta via nulla di te; hai imparato anche dai tuoi fallimenti e lui lo sa, ma sa che tu sei di più.
Che tu sia sulla riva della tua vita o fra la folla a vedere, il Signore è all’opera per te, e con te.