Discorso della pianura

16/02/2025

Siamo ad una delle pagine forse più intense di tutto il Vangelo: il cosiddetto Sermone della Montagna.
Il testo delle beatitudini che noi conosciamo è normalmente quello del capitolo 5 del Vangelo di Matteo, le 8 o 9 beatitudini – a seconda del tipo di lettura che se ne dà -, beatitudini che rientrano però, nella letteratura classica del Medio Oriente, dentro schemi tipici della letteratura sapienziale, filosofica. E’ il grande pensiero degli uomini che riflette e cerca di trovare un senso a quell’anelito alla felicità che l’uomo sente dentro il proprio cuore e che consente di riuscire a realizzare in pienezza.

Probabilmente questo tema, il tema delle beatitudini, è stato affrontato tante volte da Gesù. Matteo lo pone sul monte dentro un contesto del tutto particolare, dentro il grande discorso della montagna, che inizia proprio con le beatitudini. Luca preferisce inserirlo nel cosiddetto “Sermone della Pianura” e lo inserisce nel contesto della scelta dei suoi discepoli, della scelta di quel piccolo nucleo iniziale di chiesa chiamata ad andare nel mondo ad annunciare il Vangelo.

L’insegnamento che deriva da questa pagina è fondamentale non solo sul piano religioso, ma anche sul piano etico, umano, spirituale.
Il primo passo lo facciamo riprendendo in mano il Salmo con il quale abbiamo pregato questa mattina: è il Salmo numero 1. Non è soltanto il primo della serie dei 150 Salmi, ma è, il Salmo che da il “la”, cioè che ci introduce nello stile di preghiera del Salmo, che è uno stile con il quale l’uomo in qualche modo cerca di cogliere la sua relazione con Dio e scoprire attraverso questa relazione in che modo realizzare pienamente la propria esistenza. La chiave di lettura di questo Salmo ci mostra due vie, due destini, due umanità che si confrontano: da una parte il giusto, che come albero piantato lungo i corsi d’acqua canta e vede le sue foglie sempre verdi. Dall’altra parte il peccatore, arido e morto, inutile ed effimero come la pula portata via dal vento.
Ecco, tutta questa esperienza dell’uomo, la sua beatitudine, la sua tristezza, si rendono visibili proprio attraverso le scelte che l’uomo fa, la strada che decide di percorrere.
Nella stessa direzione va il testo della prima lettura – il profeta Geremia – che ci parla di benedizione e di maledizione, di felicità o di desolazione.

Gesù si innesta dentro questa tradizione e propone la sua personale strada per la beatitudine, stessa strada che in qualche modo propone a noi oggi.
Ci sono quattro indicazioni che ci vengono date: povertà, fame, pianto e infamia, contrapposte a ricchezza, sazietà, sorriso e fama. Le prime – dice Gesù – conducono alla beatitudine e le seconde sono guai. Ma in che senso? Se dovessimo fare una riflessione strettamente e puramente umana, basata su quella che è l’esperienza sensibile di ogni giorno, non possiamo dire che la fame, il pianto, la povertà, l’infamia ci conducano alla felicità. Ma se leggiamo queste beatitudini soltanto sul livello umano, rischiamo di perdere non solo il significato spirituale che esse ci donano, ma anche quel potenziale tutto umano, sapienziale e filosofico che in qualche modo nascondono. Proviamo a scandagliarle una per una.

Povero è colui che ha le mani vuote, contrapposto al ricco, che è colui invece che ha le mani piene. Per Gesù la felicità passa attraverso una dimensione inderogabile che è la libertà. Non posso mai, per essere felice, fare a meno della libertà. Ma libero non è colui che ha la possibilità di fare ogni cosa, perché sappiamo benissimo che l’essere umano non è plenipotenziario, non può realizzare ogni cosa; e soprattutto sappiamo benissimo che i soldi non riescono a comprare tutto quello che potremmo volere o desiderare nella nostra vita. E allora se è impossibile ottenere tutto e quindi essere, diremmo così, “onnipotenti”, come si fa a realizzare la libertà? Ecco, per Gesù la libertà non è tanto la possibilità di fare ogni cosa, quanto piuttosto la possibilità di non sentirsi condizionati da niente nella propria esistenza. Dunque, per Gesù, libero è un uomo le cui mani non sono ingombrate da nulla. Può apparire strano, ma un povero è più libero di un ricco, perché non ha più nulla da perdere. È difficile accettare questa tensione, ma quando ci riusciamo possiamo dire, come Paolo: so vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza. Arrivando anche a comprendere – ed è subito dopo che Paolo dice questa cosa – che tutto posso, ho una piena libertà in colui che mi dà la forza.

Nella stessa chiave potremmo leggere il tema della fame. Non si tratta tanto di avere lo stomaco vuoto. Gesù ha moltiplicato i pani e i pesci per sfamare la fame di una folla che si avvicinava a lui con il ventre vuoto. Ma si tratta piuttosto del gusto della vita, del gusto per le cose di questo mondo, per i doni che il Signore ci dà ogni giorno. Sarà capitato a tutti, dopo un pasto eccezionale, da matrimonio, arrivare all’amato dolce, quell’ultima pietanza, la più amata e la più attesa, con la gola che dice sì, ma il corpo che non la vuole e la rigetta. Diciamoci la verità: quanto è buono un bicchiere d’acqua nella sete! ha un sapore e un gusto eccezionale. Dunque la fame di cui parla Gesù non è la fame del ventre quanto piuttosto il gusto per la vita, quella capacità straordinaria e unica di rimanere meravigliato per ogni cosa. Questo rende felici. Quando invece non c’è più niente a dare gusto alla tua vita, quando hai pensato di saziare tutta la tua fame con ogni cosa, il tuo gusto rimane arido, secco.

E il pianto? Beh, si possono dire molte cose del pianto, ma quella più vera è che il pianto ti ricorda che non puoi vivere da solo: ogni lacrima chiede una spalla, ogni dolore una carezza, ogni solitudine un abbraccio.

E per ultima l’infamia, l’infamia per Cristo, la più complessa da spiegare, perché non risponde ai criteri umani, non qualifica soltanto l’esperienza dal punto di vista della sapienza strettamente umana, ma richiede che l’anima abbia fatto un’esperienza spirituale, che l’anima abbia incontrato il proprio Creatore. Quando scopri che qualcuno ti ama sopra ogni cosa, senti una gioia e una tenerezza invincibili, e comprendi che quell’amore sperimentato non potrà essere distrutto in nessun modo. Perché – ed è sempre San Paolo a ricordarcelo – “chi ci separerà dall’amore di Cristo?”.
Questo, per la Scrittura, è il vertice della gioia, il vertice della beatitudine: l’amore di Cristo per me, lo sperimentarmi amato dal Signore in maniera invincibile.

Ma per arrivare a questo amore, a questa beatitudine, è richiesto a ciascuno di noi di fare gli altri passi: di camminare dentro la povertà, dentro la fame, dentro il pianto. Solo allora, come San Francesco, potremo dire alla nostra anima – ricorderemo bene questo passo dei Fioretti! -: “Scrivi, Frate Leone, perché questa è perfetta letizia!”.

Torna in alto