La fede salva

12/10/2025

Ogni viaggio che ciascuno di noi intraprende nella vita è caratterizzato sempre da immagini o forse anche da realtà che ci colpiscono, che ci stupiscono. E anche nel Vangelo di Luca, ogni tanto, mentre ascoltiamo e percorriamo tutto il racconto, vengono descritte dall’Evangelista alcune realtà che hanno colpito Gesù, che hanno in qualche modo aiutato a capire meglio la situazione, il popolo, la folla e anche i discepoli. Luca, nel suo percorso, nella sua descrizione del Vangelo, dedica più di metà del suo Vangelo, nei Capitoli da 9 a 19, al viaggio di Gesù verso Gerusalemme.
Perché il viaggio, il cammino verso Gerusalemme è importante; come per dire che tutta l’esistenza di Gesù, come tutta la nostra esistenza, non è fatta soltanto di un traguardo, ma è fatta della salvezza che avviene lungo la strada che percorriamo. Insomma, un po’ come è solito dire: non è importante solo la mèta, ma sono importanti le tappe della nostra vita, ogni tanto guardare, ogni tanto vedere, osservare e vivere la nostra esistenza secondo la centralità, poi, del traguardo che avremo. Allora, l’Evangelista descrive questo fatto importante.

Gesù attraversa due regioni, la Galilea e la Samaria, e non è a caso nel Vangelo perché la Galilea viene riconosciuta come l’ultima terra, sì religiosa, ma anche pagana, perché sta al confine con i pagani; si dirà di Gesù che dalla Galilea, dove abitano anche i pagani, non può venire qualcosa di buono. Insomma, un po’ come per noi, quando una persona importante emerge da un punto sconosciuto della terra, diciamo “ma com’è possibile che una persona possa emergere dal capo del mondo, oppure da un paesino sconosciuto?”; anche di Gesù si era detto così, dalla Galilea non può venire qualcosa di buono, ci sono troppi pagani. Gesù attraversa la Galilea e la Samaria; è ancora peggio, la Samaria, perché è una regione che si è mischiata con i pagani, ed è vero, in qualche modo ha tradito la fede pura di Israele. Perciò i samaritani erano considerati un po’ miscredenti, gente da evitare per non “contaminarsi” troppo.

Gesù, nel suo cammino, passa attraverso queste due regioni: la Galilea, la sua, di origine, ma anche la Samaria, difficile.
Allora l’Evangelista pone subito al centro questo fatto. La vita è un cammino dove noi attraversiamo le nostre realtà, a volte facili, a volte difficili. La nostra Galilea è dove viviamo, nasciamo, ma anche quella Samaria che va affrontata, con quelle realtà difficili di fede, di umanità, dove ciascuno di noi è chiamato a rimanere se stesso e ad evangelizzare, come Gesù fa.

In questo contesto, Gesù incontra dieci lebbrosi. Sappiamo tutti che la lebbra è quello stato terribile del corpo, e che all’epoca di Gesù un lebbroso veniva allontanato, sia da un punto di vista sociale che religioso.
Insomma, eri nessuno. Se ti veniva la lebbra, eri allontanato. I lebbrosi, vedendo Gesù, chiedono pietà: “Gesù, maestro fedele, abbi pietà di noi”.
Quando ci ammaliamo, noi non diciamo a Gesù “Gesù abbi pietà di noi”; diciamo piuttosto “Signore, guariscimi”.

Sì, pietà per i miei peccati, ma guariscimi. I lebbrosi chiedono pietà. Un po’ di misericordia, un po’ di affetto, un po’ di amore, un po’ di pietà, un po’ di umanità.
Se la società li ha esclusi, anche coloro che dovrebbero insegnare a vivere la fede, anche loro li hanno esclusi. Perciò sono fuori dal mondo, e chiedono pietà.

È bello questo appellativo con cui viene chiamato Gesù: “epistàtes”. Non è “didàscalos”, un maestro normale, come tutti i maestri in Israele, ma “maestro fedele”, “maestro che crede”, un maestro che vive l’esperienza della fede.

Ecco perché è credibile. Non gli chiedono guarigione, ma pietà. E Gesù cosa fa? Non fa un miracolo immediato, ma dice “andate e mostratevi ai sacerdoti”. All’epoca i sacerdoti erano una specie di garanti – anche – di salute. Per reinserire qualcuno nella comunità bisognava che si certificasse la salute fisica. Ecco perché Gesù dice andate dai sacerdoti.
Ed ecco qui la bellezza del Vangelo di Luca. Nella vita ci si purifica, nel cammino ci si purifica, nel cammino della fede, nel cammino della vita ci si purifica. Come noi ogni domenica purifichiamo la nostra esistenza e la nostra fede.
Vorremmo tutti miracoli immediati. Ora, nella prima lettura, Naamàn dice “nel mio paese ci sono tanti fiumi, perché devo andare così lontano?”. Un po’ come per noi: perché dobbiamo fare ogni tanto un pellegrinaggio? Perché il cammino purifica, entri in te stesso.

Gesù dice andate dai sacerdoti: chissà se questo cammino era lungo; probabilmente dovevano andare a Gerusalemme. E mentre camminano vengono purificati, e l’Evangelista insiste: “catarìzo”; cioè non sono guariti per ora, ma purificati. Se uno è riconciliato con se stesso, viene purificato.
Quante esperienze sentiamo, o abbiamo anche fatto, di molte persone che vanno in luoghi dello spirito, e pur avendo una malattia fisica, tornano a casa contenti, purificati, anche se non sono guariti fisicamente. Perché la vita della purificazione è più forte, la grazia che uno riceve, che sente dentro il cuore è più forte il termine che l’Evangelista usa è la purificazione, che gli interessa più della guarigione, anche se vengono sia purificati che guariti.

E poi finisce tutto lì, il miracolo è accaduto, il Vangelo potrebbe terminare. Però il Vangelo continua mostrandoci che tra questi, qualcuno si ricorda che Dio – come dirà Maria nel Magnificato – ha fatto grandi cose in noi. Uno torna a ringraziare, torna indietro, e Luca dice che era un samaritano, cioè non una persona credente come gli altri giudei, ebrei.
Torna da Gesù, si prostra – il termine esatto che usa Luca è “si butta per terra” – grida e rende grazie, “eucaristòn”, rende grazie a Gesù. E Gesù vedendolo gli domanda: dove sono gli altri? Non erano dieci? a lui non importa, ciò che è fondamentale è che la sua presenza è una presenza di gratitudine.

Il Vangelo di oggi ci porta a questa dimensione: la vita è un cammino dove ciascuno di noi viene purificato, guarito, ma dove ciascuno di noi viene guarito nella fede comunitaria che celebra insieme, riconoscendo come unico maestro epistàtes, maestro fedele: non un maestro che insegna soltanto parole, dolci parole, ma un maestro credibile.

Colui che torna è lo straniero samaritano che sa dire grazie. Noi torniamo ogni domenica, non per i nostri meriti: lo sentiremo tra poco nel prefazio eucaristico: le nostre preghiere, Signore, non aumentano la Tua grandezza, la Tua lode, ma ottengono la grazia che ci salva. Dicendo grazie, la mia fede viene salvata.

E all’unico che dice grazie Gesù dirà alzati, “anàstasis”, “risorgi. la Tua fede ti ha salvato. Sei salvato nella fede”.

La fede salva, la fede aiuta. La fede è quella costante realtà spirituale, quella grazia che Dio pone nel cuore di ciascuno di noi mentre camminiamo per affrontare la nostra Galilea, la nostra Samaria, le nostre grandezze, le nostre fragilità, le nostre debolezze. E sarà bello sentirci dire da Gesù “alzati, cammina, la tua gratitudine, la tua grazia ti ha salvato!”.

Torna in alto