26/10/2025
La liturgia di oggi ci invita ancora una volta a riflettere su un tema fondamentale della vita cristiana: la preghiera.
Nel Vangelo di Luca ci troviamo a metà del cammino, e l’evangelista inserisce due episodi attraverso i quali Gesù vuole illuminare il senso e il percorso dell’essere suoi discepoli.
La preghiera – dice Gesù – è quell’elemento, quella grazia, quel dono, ma anche quell’allenamento spirituale che ci mantiene in sintonia con Dio, secondo le sue intenzioni e la sua volontà.
Domenica scorsa abbiamo ascoltato un passo che ci invitava a pregare con perseveranza, rimanendo dalla parte di Dio e agendo secondo la sua giustizia.
Oggi Gesù fa un passo in più, raccontandoci un episodio che ci mostra due modi di pregare, due atteggiamenti del cuore davanti a Dio.
È una scena molto semplice, forse realmente accaduta nel Tempio, che Gesù ha potuto osservare con i propri occhi.
Ci sono, in generale, due forme di preghiera:
• quella personale, che ciascuno di noi vive ogni giorno davanti al Signore,
• e quella comunitaria, che celebriamo insieme nell’Eucaristia, quando professiamo la nostra fede come popolo di Dio.
Il brano di oggi riguarda la preghiera personale. Quindi non è una critica alla nostra preghiera comunitaria, né alle persone che siedono in prima fila. Anzi! Nella liturgia dobbiamo stare vicini all’altare, partecipare, coinvolgerci. I bambini, ad esempio, che iniziano il loro cammino cristiano, devono stare davanti, guardare, gustare, celebrare.
Ma oggi Gesù ci parla del rapporto personale con Dio, quello che si vive nel silenzio della coscienza, nel cuore.
Luca ci presenta due uomini che salgono al tempio per pregare: un fariseo e un pubblicano, due figure agli estremi della società.
Il fariseo – il cui nome in ebraico significa “separato” – era considerato, all’epoca di Gesù, una persona perfetta: osservava la Legge in modo scrupoloso e rigoroso. Ma proprio per questo si sentiva “separato”, diverso, quasi superiore agli altri.
Gesù, nei Vangeli, non è tenero con i farisei: li definisce “sepolcri imbiancati”, perché osservano la Legge esteriormente ma il cuore è lontano da Dio.
Il pubblicano, invece, era un esattore delle tasse, un collaboratore dei Romani, spesso corrotto, malvisto da tutti.
Eppure Gesù ci presenta proprio queste due figure: entrambe vanno al Tempio per pregare, entrambe desiderano incontrare Dio. Ma lo fanno in modi molto diversi.
Il fariseo entra nel Tempio da solo, si mette in piedi e — dice il Vangelo — “pregava tra sé e sé”.
In realtà non si rivolge a Dio, ma parla con se stesso. È talmente pieno di sé da non accorgersi neppure della presenza del Signore.
Dice: “Ti ringrazio, Signore, perché non sono come gli altri: ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano”.
Avete notato? Non guarda verso Dio, ma verso gli altri.
Si confronta, si paragona, giudica. È come se facesse la “radiografia” di tutti i presenti nel Tempio: “Non sono come te, né come te…”.
La sua preghiera non è un dialogo con Dio, ma un monologo di autocompiacimento.
E così, anche se si trova nel Tempio, non incontra mai Dio, perché Dio non abita nell’orgoglio ma nell’umiltà.
Poi entra il pubblicano. Rimane in fondo, con gli occhi bassi, e non osa nemmeno alzare lo sguardo al cielo.
Sa di essere un peccatore, e non cerca scuse.
Dice solo una frase semplice, essenziale, che tutti noi pronunciamo all’inizio della Messa:
“Signore, abbi pietà di me peccatore.”
In greco Kýrie, eléison non significa solo “abbi compassione di me”, ma anche “fammi entrare nella tua misericordia, accoglimi nella tua grazia”.
È la preghiera di chi si riconosce fragile ma si affida completamente all’amore di Dio.
Non giustifica sé stesso, ma si lascia giustificare da Dio.
Ecco allora le due immagini, i due modi di pregare che Gesù ci propone:
una preghiera fatta di orgoglio e confronto, e una preghiera fatta di umiltà e fiducia.
Se oggi dovessimo scegliere con chi identificarci, probabilmente nessuno vorrebbe essere il pubblicano – un peccatore, disprezzato – e forse, segretamente, ci sentiremmo più simili al fariseo, “quello che fa tutto bene”.
Ma Gesù rovescia le prospettive: è il pubblicano a tornare a casa giustificato, perché si è lasciato toccare dalla misericordia di Dio.
San Paolo dirà: “Siamo giustificati non per le nostre opere, ma per la fede”. Mentre San Giacomo porrà l’accento più sulle opere. Per cui nascerà poi in seguito un grande “combattimento” nella storia del Cristianesimo tra Paolo e Giacomo, su cosa sia più importante, tra la fede e le opere. Si arriverà a un compromesso: serve la fede con le opere, e servono le opere con la fede, entrambe le cose.
Non basta compiere opere buone se il cuore è chiuso, ma non basta neppure dire di avere fede se non si traduce in opere di carità.
Fede e opere camminano insieme: una sostiene l’altra, come due mani che si uniscono nella preghiera.