1/11/2025
In questi giorni, che anticipano l’arrivo dell’inverno e che sono già segnati da una natura che manifesta la sua caducità, la Chiesa celebra coloro che hanno terminato la loro vita terrena e che sono entrati in quella che noi conosciamo come dimensione del giudizio finale, quell’apertura, quella promessa che il Signore fa, ha fatto a ciascuno di noi.
Seguendo il ciclo delle stagioni e imparando dalla natura, grande maestra di vita, quella stessa natura che Dio stesso in qualche modo ha posto come maestra del suo volto – lo dicono anche in maniera molto bella i Salmi (“Dio ha lasciato le sue orme invisibili sulle acque” e la creazione è sicuramente uno dei mezzi più belli per raggiungere la contemplazione di Dio) – proprio attraverso la natura l’uomo coglie l’invito del Signore a fare i conti con il nostro limite, con la nostra condizione di creature ferite dal peccato.
Naturalmente questa condizione, quella di mortale, quella di creature, non è l’unica condizione che caratterizza l’uomo, non è l’unica sua realtà in quanto creatura. Infatti, accanto a questa condizione mortale e fragile, accanto a quello che potremmo chiamare il suo autunno, l’uomo riceve in dono la speranza della primavera, il dono della vita graziata dalla misericordia e protesa verso il futuro. Il cristiano infatti guarda la morte in un modo tutto particolare, con un filtro tutto particolare; non tenta semplicemente di esorcizzarla o di ridicolizzarla, e non accetta neanche che venga messa all’angolo della società, quando ormai è resa quasi impossibile la gestione della morte stessa. Ma il cristiano pone la morte nel solco della promessa della resurrezione. Ed è proprio in questa luce che oggi la Chiesa ci invita a riflettere sulla santità, cioè su quella vita piena e bella, che con la sua forza riesce a combattere la morte annullandone il potere. La santità infatti è l’anticipazione dell’esperienza celeste di grazia, perché sperimentiamo fin da oggi ciò che un giorno saremo, attraverso quella comunione profonda con Cristo che nel nostro Battesimo ha vinto con noi la morte, perché siamo morti con Cristo per sorgere con Lui alla vita eterna. L’immagine bellissima che abbiamo ascoltato nella prima lettura ci racconta di un popolo segnato dal sangue di Cristo, un popolo redento dal sangue di Cristo, un popolo che attraverso la celebrazione dei sacramenti vive la stessa esperienza del popolo di Israele, passa attraverso le acque, lascia che le sue porte siano segnate dal sangue dell’agnello e supera l’esperienza della morte.
Ecco, questa condizione, che è una condizione fondamentale, non rende la morte meno dolorosa e neanche la vita più semplice, ma dona alla morte una consolazione e dà alla vita un orizzonte più grande.
Non dimentichiamoci mai, soprattutto riprendendo in mano le pagine che abbiamo ascoltato oggi, il testo bellissimo del Vangelo di Matteo, con il quale viene aperto il magnifico discorso della montagna, che se da una parte la promessa ci proietta dentro il futuro della vita graziata (sei delle beatitudini sono espresse proprio con in verbo al futuro: saranno consolati, avranno la terra, saranno saziati, avranno misericordia, vedranno Dio, saranno chiamati figli di Dio), due di queste, la prima e l’ultima, quella sulla povertà spirituale e sulla giustizia, sono coniugate al presente (perché di essi è il Regno dei Cieli): una condizione per noi cristiani già presente e non semplicemente futura, perché per noi cristiani non solo il dono della vita non va sprecato, ma va accolto con gioia. La gioia è la caratteristica principale dell’uomo di fede. Chi ha conosciuto Gesù è un uomo felice, è una donna beata – questo ci ricorda la pagina del Vangelo che abbiamo ascoltato.
Allora sentiamo il bisogno oggi di accogliere l’invito che ci fa la scrittura, quello di vivere da figli di Dio, non protesi verso il futuro, ma nell’oggi. E solo quando la nostra vita oggi sarà vissuta come beatitudine e accoglienza del dono di Dio, che la morte avrà più potere su di noi, che il Paradiso diventa già esperienza dell’oggi. Dobbiamo vivere nella beatitudine del tempo presente, e dobbiamo lasciare a Dio di poterci, con la sua forza, trasformare.