II domenica dopo Natale

04/01/2026

Il tempo del kairòs, il tempo della salvezza, si compie ogni volta che celebriamo e ascoltiamo la Parola di Dio. È in questo ascolto che la nostra vita viene purificata davanti al Verbo incarnato, a Dio che si è fatto uomo perché anche noi potessimo recuperare quella bellezza e quella natura divina con cui siamo stati creati.

La liturgia odierna ci ripropone il Prologo del Vangelo di Giovanni, un testo alto, poetico e profondo, che ci invita ad andare oltre una visione solo affettiva e romantica del Natale. Se i racconti della Natività di Matteo e Luca ci parlano con immagini semplici e commoventi, Giovanni, come l’aquila, ci solleva e ci chiede di accogliere nella fede il mistero di chi è veramente questo bambino. È un invito a svegliarci e a contemplare l’Incarnazione nella sua verità più profonda.

Nel Prologo emergono due figure poste a confronto: Giovanni Battista e Gesù. Molti, all’epoca, pensavano che Giovanni fosse il Messia, ma lui con chiarezza afferma di non esserlo. Giovanni è “voce”, testimone, colui che indica il Verbo. L’Evangelista lo pone all’inizio proprio per ricordare anche a noi che siamo chiamati a essere semplici annunciatori, umili testimoni del Verbo incarnato, senza appropriarci della gloria di Dio per i nostri fini.

Il Natale ci insegna che Gesù deve restare il centro: Verbo che comunica, vita che dona vita, luce vera che illumina ogni uomo. Chi lo accoglie diventa figlio di Dio. Il vertice del Prologo è l’affermazione che “il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua tenda in mezzo a noi”: Dio cammina con il suo popolo e rende sacra ogni vita.
Quando questa presenza viene dimenticata, si perde l’umanità, la fraternità, il rispetto del prossimo.

Dio si è fatto uomo perché l’uomo potesse ritrovare l’immagine divina impressa in lui fin dalla creazione.

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