06/01/2026
Ogni anno siamo invitati a riascoltare la storia dei Magi, e questa storia prova ad illuminare un tratto della nostra esistenza, un tratto del cammino su questa terra di noi pellegrini.
Esiste una malattia, il cui nome è “cip”, che è molto particolare, anche rara, ed è la malattia per la quale non si riesce a sentire dolore: comporta l’incapacità congenita, da parte dell’apparato sensoriale umano, di sentire il male. Non senti le scottature, non senti i tagli, non senti nessun tipo di dolore, né interno né esterno.
Certo, detto così, questa malattia può sembrare straordinaria. Noi tutti abbiamo paura del dolore, forse addirittura di più paura di quanta non ne abbiamo della morte. Anzi, la morte senza dolore è forse la sfida del nuovo millennio; si fanno anche tante riflessioni da questo punto di vista. Ma chissà quante volte ci sarà capitato di non volere più quel mal di testa che ci ha accompagnato tutta la giornata, che ci ha rovinato il lavoro, che ci lascia storditi e intontiti e magari con tanto lavoro arretrato. Oppure chi non vorrebbe alzarsi la mattina senza quei dolori alle ossa… Eppure quel dolore ci tiene in vita, perché ci permette di avere consapevolezza del male che ci circonda. E questo ci permette di evitarlo. Ed è proprio evitando il dolore che salviamo la nostra vita. Coloro che soffrono di questa malattia, infatti, della “cip”, si tagliano continuamente, si rompono le ossa e soprattutto non riescono a percepire se qualcosa dentro di loro non funziona, se hanno un problema allo stomaco, se hanno un problema della testa, se hanno un problema di qualsiasi altro tipo.
Però, nonostante questa consapevolezza, viviamo in un mondo che ha deciso di non fare più i conti con il dolore, che lo sfugge e lo cancella come se non esistesse.
Un mondo che si narcotizza e scappa di fronte a ciò che promette di far male.
Un professore dell’Università della Virginia ha scritto: “Gli americani di oggi appartengono probabilmente alla prima generazione della terra che considera una esistenza priva di dolore come una sorta di diritto costituzionale.”
Purtroppo, però, una società che non sperimenta il dolore è una società che non sa che cosa sia il dovere, che sfugge alle proprie responsabilità.
La storia, gli eventi, il mondo continuano a cambiare e ci mettono ogni giorno di fronte al dolore e al male, come è avvenuto in questi giorni con la terribile strage di Capodanno in Svizzera, chiedendoci di non narcotizzarlo con l’analgesico di turno, ma di assumerlo con serietà e con la ricerca della verità.
Spesso nelle palestre è scritta a lettere cubitali questa frase motivazionale: “No pain, no gain” = nessun dolore, nessun guadagno: se vuoi i muscoli, devi faticare.
Sono frasi però questi che rischiano di rimanere appese al muro e ad avere come unico risultato un uso egoistico di tutto ciò che ci circonda, anche della fatica.
Quello che risulta fondamentale è assumere l’umano nella sua totalità, dietro le pieghe del suo dolore, che abbiamo l’obbligo sì di curare e di eliminare, ma con tenerezza, mentre abbiamo ugualmente l’obbligo di cercare la bellezza più umana, soprattutto quella spirituale.
Come i magi che portano al bambino Gesù i loro doni, ossia, in qualche modo, ciò che hanno, anche noi siamo chiamati a portare a Dio e all’uomo i nostri personali doni.
Ma questo i Magi lo insegnano a ciascuno di noi, in questa festa, oggi: la manifestazione di Dio all’uomo passa attraverso l’umanità del figlio, che assume su di sé e accoglie la possibilità della morte e della sofferenza, perché il mondo possa conoscere la gloria che Dio ha riservato alla sua creatura più amata: l’uomo.
Ecco perché, mentre, come hanno fatto in Magi, baciamo e accogliamo l’umanità del figlio di Dio, annunciamo la sua morte e risurrezione, come abbiamo appena fatto nell’ “Annuncio del giorno di Pasqua”, perché la Pasqua è l’unico vero antidoto al male e al peccato.