Giovedì Santo 2026

02/04/2026

Questa sera entriamo nel cuore della Fede.
La liturgia stessa ci avverte: ciò che celebriamo non è un insieme di ricordi separati, ma un unico grande mistero che si apre davanti a noi.

L’Eucaristia, il sacerdozio ministeriale e il comandamento dell’amore: tre realtà, ma un solo movimento. Quello che viene da Cristo. Il dono che si consegna per noi e ci insegna a vivere al suo stesso modo.

Partiamo allora proprio da lì, dal Cenacolo, dove ci ha proiettato la pagina del Vangelo che abbiamo ascoltato. Quella accettata da Gesù non è semplicemente un’ultima cena, ma un inizio. Ogni Eucaristia che celebriamo è quel momento che diventa presente. Noi non assistiamo a qualcosa di passato, non andiamo ad ascoltare la Messa o, peggio, a vedere la Messa. Noi siamo DENTRO quell’ora in cui Gesù prende il pane, lo spezza e dice “Questo è il mio corpo”. È il momento in cui Dio non spiega l’amore, ma lo realizza.

E tuttavia proprio in quella sera c’è un’ombra: il tradimento. Il Vangelo lo dice con sobrietà, ma con forza. Mentre uno dei suoi lo tradisce, Gesù non si ritrae. Non interrompe il dono, non si difende. Fa qualcosa di sorprendente: anticipa il male con un amore ancora più grande.
Come suggerisce il testo che abbiamo ascoltato, gioca di anticipo. Si consegna lui stesso, si offre come cibo di vita.
Questo è un punto decisivo anche per noi.
Siamo spesso tentati di rispondere al male con il male, all’offesa con l’offesa, alla chiusura con la chiusura. Ma così il male cresce, si moltiplica. Gesù ci mostra un’altra via: il male si vince solo con una sovrabbondanza di bene. Non è ingenuità la nostra, ma è la logica stessa di Dio. È una forza diversa, più profonda, che non elimina subito il male, ma lo disarma dall’interno e lo priva della sua forza mortale.

E qui comprendiamo il legame con l’Eucaristia. Non è solo un rito, non è solo un simbolo: è il sacramento di questo amore che si dona fino alla fine.
San Tommaso lo chiama “Sacramentum Caritatis”, il sacramento dell’amore. In essa Cristo continua a dirci: io sono per te, mi dono a te. E lo fa in modo totale.
“Per tutto l’uomo” – dice il testo dell’inno eucaristico “Verbum Supernum” (quello che si conclude con la strofa “O salutaris Hostia”, che ancora oggi cantiamo, e che ha fatto di San Tommaso il dottore dell’Eucaristia). “Per tutto l’uomo”: non solo per una parte di noi; non solo per l’anima, come a volte pensiamo. Cristo vuole la nostra salvezza integrale, corpo e spirito, relazione, storia, ferite e speranze. Il pane nutre e il vino dà gioia: è un segno concreto. Dio entra nella nostra vita reale, non in una dimensione astratta.
Ecco allora il senso profondo anche del sacerdozio ministeriale. Il presbitero non è al centro per sé stesso, ma perché l’Eucaristia possa esistere nella comunità. Il presbitero è a servizio di questo dono.
Se è vero che senza l’Eucaristia non c’è Chiesa, senza questo ministero l’Eucaristia non ci sarebbe. Tutto converge lì. Rende possibile oggi il gesto di Cristo.
Tutto il popolo santo di Dio ministeriale è oggi convocato per celebrare questo santo mistero.

Ma c’è un terzo elemento inseparabile: il comandamento dell’amore. “Fate questo in memoria di me”. Non riguarda solo il rito, ma anche la vita.
Non possiamo separarci, non possiamo accostarci all’altare e poi vivere secondo logiche opposte. L’Eucaristia ci plasma, ci trasforma, ci educa a diventare ciò che riceviamo.
Se riceviamo un corpo donato, siamo chiamati a diventare persone donate.
Se riceviamo un amore che non si trattiene, siamo chiamati a un amore che non si chiude.

Questo ci porta stasera a guardare con riconoscenza alla figura del cardinale Ludovico Altieri, che il Papa ha dichiarato venerabile pochi giorni fa e che da Vescovo di Albano si è fatto martire della carità, mettendosi al servizio degli appestati della Diocesi a rischio della propria vita, sapendo che quella vita ormai, come dice San Paolo, era nascosta con Cristo in Dio. Ma ci sono qui, nella nostra comunità parrocchiale, anche uomini e donne che ogni giorno testimoniano questo amore per il corpo piagato di Cristo nel servizio ai poveri e agli ammalati. Sono i frati del Fatebenefratelli, le suore che li accompagnano, le missionarie dell’Evangelizzazione che sono qui nella nostra comunità parrocchiale.

San Tommaso nel suo inno ci offre una visione bellissima: tutta la Chiesa di Cristo è un cammino di dono. Nascendo si fa nostro compagno di viaggio, sedendo a mensa si fa nostro cibo, morendo si fa prezzo del nostro riscatto e ora, glorioso, è il nostro destino. È come se dicesse: in ogni fase della vostra vita io sono presente in mezzo a voi.

E qui entra un’immagine molto forte, quella del viaggio. L’Eucaristia è il pane del cammino, non solo per l’ultimo momento della vita ma per tutta la strada. Senza questo pane non possiamo vivere da cristiani.
Non è un’esagerazione, ma è una verità essenziale. Quante volte cerchiamo energie nuove, appoggi, sicurezze e ci accorgiamo che non basta. L’Eucaristia non risolve magicamente i problemi, ma ci dà una speranza ed una presenza.
Noi non siamo soli. Anche quando non lo riconosciamo, il Signore, come i discepoli di Emmaus, Lui cammina con noi. E allora ci impegniamo fin da ora a pregare per i ragazzi che quest’anno riceveranno per la prima volta l’Eucaristia. Perché non solo faranno la prima Comunione, ma parteciperanno in pienezza a quel mistero di grazia che li accompagnerà per tutta la vita e non rilascerà mai soli.

E infine, questa sera si apre anche uno sguardo sul mondo.
Così dice l’inno di Tommaso: “le guerre ostili ci fanno pressione”. Non è solo una metafora. Pensiamo oggi alle tante guerre, vicine e lontane, visibili e dimenticate. E in modo particolare, con tristezza, il nostro pensiero va a quello che sta accadendo in Medio Oriente, in Terra Santa.
Pensiamo alle ferite che attraversano inoltre anche le nostre relazioni quotidiane, incomprensioni, divisioni, rancori, anche nelle nostre famiglie. Davanti all’Eucaristia, tutto questo non è ignorato ma portato dentro una preghiera.

Cristo, che sulla croce è apparso come un perdente, in realtà ha aperto una vita nuova. Non elimina la lotta, ma ci dà la forza di attraversarla senza perdere l’amore. Allora la nostra invocazione diventa stasera semplice e vera: Signore, donaci forza e aiuto, non per vincere sugli altri, ma per vincere i mali in noi e attorno a noi con il bene.
Questa sera non siamo solo spettatori di un mistero, ma invitati ad entrare. L’Eucaristia che celebriamo ci chiede di diventare Eucaristia nella vita, dono, servizio e amore concreto.

Se sarà così, allora si compierà la promessa. Non saremo mai soli, saremo con il Signore e Lui sarà con noi lungo tutto il cammino.

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