12/04/2026
Oggi celebriamo la domenica “in Albis”. Nella tradizione antica della Chiesa, coloro che venivano battezzati nella notte di Pasqua indossavano per tutta la settimana una veste bianca, segno della vita nuova ricevuta in Cristo risorto. In questa domenica deponevano quella veste davanti all’altare: non perché non fosse più importante, ma perché ormai non serviva più un segno esteriore. Cristo era entrato nella loro vita, trasformandola dall’interno.
Questa domenica, voluta da Giovanni Paolo II come Domenica della Misericordia, ci porta al cuore del mistero pasquale. Il Vangelo secondo Giovanni ci racconta il primo incontro tra Gesù risorto e i discepoli. Giovanni non parla semplicemente di “apparizioni”: usa un verbo – “istemi” – che indica presenza stabile. Gesù non torna per un momento e poi scompare, ma “sta” in mezzo alla comunità.
I discepoli sono chiusi nel cenacolo, bloccati dalla paura. Eppure Gesù entra, si rende presente, si lascia vedere. Non dice molte parole: mostra le mani, i piedi e il costato. Le ferite diventano il segno della salvezza. E poi dona la pace. I discepoli, dice il Vangelo, “gioirono a vedere il Signore”. Questo è il cuore di ogni esperienza cristiana: incontrare una presenza viva che dona gioia.
È ciò che accade anche oggi, ogni domenica, nell’Eucaristia. Non partecipiamo a un ricordo lontano, ma entriamo in una presenza reale. Gesù continua a “stare” in mezzo alla sua comunità. Eppure, a volte, rischiamo di vivere la Messa come un’abitudine, qualcosa di dovuto, perdendo di vista la sua centralità.
Gesù poi compie un gesto decisivo: soffia sui discepoli e dona loro lo Spirito. È un richiamo alla creazione: come Dio aveva dato il soffio della vita all’uomo, così ora dona una vita nuova. È lo Spirito della pace, quella pace di cui il nostro mondo ha profondamente bisogno, soprattutto quando sembra dimenticare Dio e la dignità dell’uomo.
Infine c’è Tommaso. Spesso lo giudichiamo come incredulo, ma in realtà è molto vicino a noi: infatti è detto “didimo”=gemello, nostro gemello. È il discepolo che attraversa il dubbio, la fatica, forse anche la delusione, e per un tempo si allontana dalla comunità. Ma non la lascia definitivamente: ritorna, porta le sue ferite e le sue domande.
E proprio lui arriva alla professione di fede più alta del Vangelo, più di quella fatta da Pietro: “Mio Signore e mio Dio!”. Una fede autentica, maturata nel confronto e nella ricerca.
Questa domenica ci invita allora a riscoprire la presenza viva del Risorto nella nostra comunità e nella nostra vita. A non accontentarci di una fede superficiale, ma a entrare in una relazione vera con Lui. E a poter dire anche noi, con sincerità e convinzione: Tu sei il mio Signore e il mio Dio.