01/02/2026
Alcuni biblisti affermano che Dio parla greco ed ebraico. Per cui, se si vuole avere una piena comprensione della sua parola, la si deve leggere o in greco o in ebraico. In effetti. la parola divina si è fatta Scrittura attraverso le lingue originali del testo sacro. Ma la maggior parte delle persone non parlano né la prima né tanto meno la seconda delle lingue divine. Però possiamo sforzarci, ogni volta che incontriamo la parola di Dio, di cercare tra le parole italiane della Scrittura almeno l’accento del greco e dell’ebraico divino.
Ne abbiamo particolarmente bisogno oggi, perché la Chiesa ci fa leggere il primo grande discorso di Gesù ai suoi discepoli, o meglio, l’inizio di quel grande discorso: il discorso della montagna.
Proviamo insieme a immaginare la scena. I fianchi fioriti del lago di Tiberiade si alzano tutti intorno su dolci colline verdi, bellissime soprattutto in primavera e in estate. Gesù, che di solito se ne sta sulle rive di quel lago, tra Cafarnao, Magdala e le grandi città dei pescatori e dei commercianti, in una bella giornata di primavera sale su una di quelle colline, seguito dai suoi discepoli, uomini e donne che avevano intuito la bellezza della sua parola e la forza dei suoi gesti, si siede in mezzo a una vegetazione bellissima, tra palme, ulivi, fichi e carrubi, con lo sguardo teso verso quella creazione che riflette il volto amato del Padre Celeste, e inizia a parlare: “Beati. ..”. Certo non lo avrà detto in italiano, probabilmente neanche in greco.
Forse lo avrà fatto in ebraico, molto più probabilmente addirittura in aramaico. La parola ebraica è “ashrè”. Ma cosa vuol dire questa parola? Cosa indica la beatitudine nella lingua di Dio, se dovessimo tradurre “ashrè”?
Nella nostra lingua, se la cerchiamo sul vocabolario, la beatitudine è una sensazione, un sentimento, la possibilità di vivere la propria vita in tranquillità. Beato è per noi un uomo fortunato che si trova in una condizione privilegiata rispetto agli altri. In ebraico, invece, ashrè indica un dinamismo, tanto che potremmo tradurre la parola con stare in piedi o ancora mettersi in cammino, rinnovarsi ogni momento. Nei racconti biblici, gli uomini che vengono definiti beati hanno tra loro una costante: la beatitudine per loro non è una condizione che non si raggiunge in modo immediato, ma si arriva ad essere protagonisti della propria storia e dunque beati solo al termine di un lungo percorso, spesso difficile e buio, nel quale si è fatta l’esperienza di un Dio misericordioso e buono. La beatitudine, la gioia, la felicità, la si raggiunge solo quando si è pronti a lasciare quella felicità per vivere le sfide della propria vita. Gesù, nel Vangelo, lo dirà con altre parole, ma molto simili: chi vorrà salvare la propria vita la perderà; ma chi sarà pronto a perderla, quella vita, vivendo in pieno, allora la conquisterà.
La beatitudine non arriva come la fortuna, grattando l’argento di un biglietto di carta, ma mettendosi al lavoro, cercando di adattare la realtà ai propri sogni e i propri sogni alla propria vocazione. E se per essere beati occorre lavorare sfidando il buio delle proprie tenebre, asciugando le lacrime dai propri occhi, manifestando con coraggio contro le ingiustizie o impegnandosi per la pace e per il bene, beh allora, se così si raggiunge la felicità, mettiamoci anche noi in piedi, tracciamo il nostro cammino con coraggio, non traviamo la verità con le nostre infantili paure. Restiamo lieti, come ci suggerisce il Signore alla fine del brano, ed entusiasti, perché siamo testimoni di un Dio che ci ha promesso un regno nel Cielo e lo ha preparato per noi.