09/08/2026
Oggi il nostro consiglio di lettura riguarda un poeta, forse uno dei maggiori poeti del Novecento internazionale: Rainer Maria Rilke; e riguarda un suo testo non poetico, né scritto come un libro da pubblicare, ma un epistolario. Sono le lettere che Rilke si è scambiato per circa cinque anni con Franz Xaver Kappus, un giovane poeta che aveva scoperto che Rilke, che era già un poeta affermato, aveva fatto i suoi stessi studi e nella sua stessa scuola; per cui aveva preso coraggio e gli aveva mandato una lettera con alcuni suoi sonetti e la richiesta di qualche consiglio. Per diversi mesi non arrivò neanche una risposta da parte di Rilke, poi però si scrissero per ben cinque anni, e dopo la morte di Rilke le lettere furono raccolte da Kappus in un libro che si intitola “Lettere a un giovane poeta”, un testo particolarmente intenso.
Proprio all’inizio del libro, Rilke consiglia a questo giovane “Lascia perdere i giudizi degli altri, guarda dentro te stesso”.
In fondo, la pagina del Vangelo che abbiamo ascoltato questa mattina può essere letta da diversi punti di vista, però la chiave interpretativa di oggi ci viene data dalle altre letture domenicali, in particolare dalla prima lettura tratta dal Libro dei Re. Siamo nel cosiddetto ciclo di Elia, e l’autore del Libro dei Re descrive l’incontro tra Elia e Dio, e lo descrive in un modo particolare: Dio non è nel fuoco, Dio non è nel terremoto; Dio non è in quegli eventi che potrebbero in qualche modo manifestare la sua potenza, ma Elia riconosce Dio in un sussurro nel silenzio… nella profondità di quel dialogo che lui stesso ha intessuto con il Signore. Sì, perché in fondo il brano del Vangelo di oggi ci mette davanti agli occhi una scena di trionfo: Gesù ha moltiplicato i pani e i pesci, e il popolo è entusiasta di questo miracolo; anche i discepoli sono particolarmente contenti perché vedono il loro gradiente di apprezzamento crescere… stanno diventando famosi, tutti parlano bene di loro… ma Gesù di fronte a questa scena decide di prendere i discepoli e letteralmente di “cacciarli” – dice il testo “li costrinse a salire sulla barca” -. Gesù di solito è molto tenero con coloro che stanno male, perde anche tantissimo tempo con le persone affaticate, sole… ma quando si tratta di fare i conti con la potenza, quando si tratta di fare i conti con il successo allora è sbrigativo, teme che quel successo possa deviare il cuore dei discepoli.
Un grande maestro della spiritualità, San Filippo Neri, diceva: ci sono alcune tentazioni che, se le vuoi superare, devi scappare… non le puoi affrontare. C’è bisogno di allontanarsi. Gesù sa che quella del potere è proprio una di quelle tentazioni, e quindi manda via i discepoli, e lui stesso si prende del tempo per recuperare il rapporto con il Padre, nel silenzio e nella preghiera. Perché? Perché c’è bisogno di scendere dentro noi stessi.
Qualche giorno fa è venuto a mancare un cantatore italiano, Francesco Guccini, che certo non potremmo definire un fervente cattolico ma, come spesso capita, la verità si nasconde proprio dentro la fatica della ricerca quotidiana; e c’è tanta verità soprattutto in molte opere poetiche di alcuni tra i cantatori italiani più famosi. Tra le tante canzoni che ha scritto Guccini, ce n’è una ispirata al famoso Cyrano de Bergerac, nella quale dice delle cose che possono essere utili anche per la lettura di questa pagina di oggi. Parla proprio ai poeti e dice:
“Venite pure avanti poeti sgangherati,
inutili cantanti di giorni sciagurati,
buffoni che campate di versi senza forza
avrete soldi e gloria, ma non avete scorza;
godetevi il successo, godete finchè dura,
che il pubblico è ammaestrato e non vi fa paura (…)
e voi materialisti, col vostro chiodo fisso,
che Dio è morto e l’ uomo è solo in questo abisso,
le verità cercate per terra, da maiali,
tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali”.
Ecco, questo è il rischio: che, senza accorgercene, facciamo come i maiali che cercano nel successo delle cose terrene, nelle luci della ribalta quello che veramente può rendere felice la nostra vita. Ma le cose che rendono felice la nostra vita sono quelle che ci permettono di superare le difficoltà, di camminare sulle acque dentro la tempesta e di non avere paura neanche quando ci sembra di vedere i nostri piedi affondare.
E ce lo dicono oggi questi nostri fratelli che celebrano i 50 anni di matrimonio. Sicuramente, i momenti che hanno messo in luce la forza del loro amore e la possibilità di guardarsi negli occhi e dire che quel sentimento che provavano davvero era autentico non è stato quando gli applausi degli amici gridavano “viva gli sposi” ma quando nelle solitudini del loro rapporto e dentro le difficoltà della vita quotidiana si sono resi conto che tenendosi per mano e facendo leva su quell’amore che li aveva uniti potevano superare ogni difficoltà. Non possiamo continuare a fissare i nostri piedi, a fissare solo il vento, come ha fatto Pietro quando nella crisi, nelle ferite, nei fallimenti ha visto se stesso affondare; perché il problema non sono le onde, il problema è da che parte guardiamo. Il punto più bello di questo Vangelo è probabilmente proprio lì: quando Pietro dentro il miracolo dubita, ma dentro il dubbio grida: “Signore salvami!”. Ciascuno di noi deve essere grato a Pietro perché intreccia fede e dubbio in modo inseparabile; la sua fede non è paura, il suo dubbio non è totale: l’uno e l’altro abitano insieme il suo cuore. Questa è la condizione umana. Proprio nel libro citato Rilke scrive una frase che sembra commentare proprio questa pagina del Vangelo; scrive a questo giovane poeta: “Abbi pazienza verso tutto ciò che è irrisolto nel tuo cuore e cerca di amare le domande stesse”. Pietro è un uomo irrisolto; la maggior parte di noi oggi siano uomini e donne irrisolte. Ma Gesù non aspetta che si risolva tutto, non pretende una fede grande, non dice “quando avrai smesso di dubitare ancora ti solleverò”: lo salva mentre affonda, lo salva mentre grida, lo salva mentre tende la mano. Questa è la buona notizia del Vangelo! Il Signore ci raggiunge proprio nei punti in cui siamo più fragili; viene dentro le nostre paure, entra nei nostri naufragi; non ci chiede di essere eroi, ci chiede soltanto una mano tesa.
E allora capiamo che la fede non è camminare sulle acque. La fede è lasciarsi afferrare. La fede è credere che c’è una mano più forte del mare agitato. Alla fine della notte il vento si calma e la barca continua il suo cammino, non perché i discepoli siano diventati perfetti, ma perché hanno scoperto che insieme a loro sulla barca è salito Gesù.
E anche sulla nostra piccola barca, magari fatta di canne e di assi annodati, cammineremo verso la fine delle nostre personali notti, dove le nostre paure verranno accarezzate , dove i gridi diventeranno abbracci e dove i dubbi non verranno umiliati ma trasformati da quell’unica mano che non ci lascia affondare, che è la mano di Cristo.