Chi dite che io sia?

23/08/2026

La chiave interpretativa della pagina odierna del Vangelo possiamo trarla dalla seconda lettura. Paolo scrive ai Romani e dice che la profondità della coscienza di Cristo è qualcosa di insondabile, richiede lo sforzo dell’incontro con Lui. Per capire chi è il Signore occorre in qualche modo fare un cammino che permetta di raggiungere questa profondità, che rimane comunque sempre insondabile.

Questa domenica segnaliamo un libro dell’autore Clive Staples Lewis – noto per il romanzo Le Cronache di Narnia, un paio di capitoli del quale sono stati trasposti cinematograficamente. Lui era un fervente cristiano – lo stesso Cronache di Narnia è una rilettura del Vangelo in chiave favolistica – e ha scritto un libretto simpaticissimo che si intitola Le Lettere di Berlicche, un libro nel quale un vecchio demone scrive al suo giovane nipote, Malacoda, e gli dà alcuni consigli su come fare bene il diavolo, come tentare le persone (l’autore intende, con questo testo, invitarci a capire in che modo il demonio lavora su di noi e ci spinge a compiere il male). La quindicesima lettera è sul tempo, sulla gestione del tempo, e qui a un certo punto scrive: “Il presente è infatti il punto nel quale il tempo tocca l’eternità”.

Ecco, se vogliamo conoscere Dio, se vogliamo entrare in relazione con Dio, occorre imparare a leggere il presente. Ed è proprio quello che Gesù invita a fare a Pietro e ai suoi discepoli, ponendogli una domanda: “La gente chi dice che io sia?”. Cioè: guardatevi intorno, voi cosa dite di me, che idea vi siete fatti di me? Perché, per entrare in relazione con qualcuno, occorre farsi un’idea di quel qualcuno. E in base all’idea che ci siamo fatti di quella persona, stabiliamo il tipo di relazione con lei. Se io ho un senso di venerazione nei confronti di qualcuno, una persona importante, non è che gli darò una pacca sulla schiena per salutarla. Perché? Perché ho un senso di venerazione nei confronti di quello che riconosco un’autorità. E quindi in base a quello che dico della persona che ho di fronte, mi relaziono con quella persona, a volte con pregiudizi.
Gesù invece invita gli apostoli a valutare chi hanno di fronte.
E Pietro prende l’iniziativa e risponde: dopo tutto quello che abbiamo vissuto insieme, dopo la strada fatta, dopo gli entusiasmi, le passioni, le incomprensioni, io posso dire che “Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente”. Pietro non sta semplicemente ripetendo una definizione da catechismo della Chiesa Cattolica, sta parlando della propria esperienza di Cristo.

E qui leggiamo un’altra frase, sempre di Lewis, questa volta tratta da una sua autobiografia – dal titolo particolarmente evocativo, “Sorpreso dalla gioia”- : “Quello che mi piace dell’esperienza è che si tratta di una cosa così onesta. Potete fare un mucchio di cose sbagliate, ma tenete gli occhi aperti e non vi sarà permesso di spingervi troppo lontano prima che appaia il cartello giusto. L’universo risponde il vero quando lo interrogate onestamente, perché quell’universo è mosso dalla misericordia di Dio, è mosso da quella condiscendenza che il Signore ha verso l’umanità perché attraverso la storia possa comprendere l’incontro con Lui.”

La nostra Bibbia non è un testo di norme etiche, morali, ma è una storia della salvezza, e dentro quella storia Dio si fa presente.
Pietro ha fatto l’esperienza di Gesù, ha sbagliato, ha avuto paura, si è entusiasmato, ha dubitato, non ha capito subito tutto. Ha tenuto gli occhi aperti e dentro la sua storia ha imparato a riconoscere il Signore.

Per spiegare questa cosa padre Ronchi ha utilizzato un’espressione particolarmente significativa: “La vita è teologa”, cioè la vita spiega Dio, ci insegna qualcosa di Dio. Questo non significa che tutto quello che ci accade automaticamente abbia un significato pronto e preconfezionato, che da ogni dolore nasca necessariamente una spiegazione che noi siamo invitati a trovare. Significa piuttosto che gli avvenimenti della nostra esistenza possono diventare il luogo dell’incontro con Dio, quando impariamo a rileggerli alla luce del Vangelo.
Vangelo e storia si incontrano dentro di noi in quel luogo intimo che noi chiamiamo preghiera.

A volte comprendiamo qualcosa di Dio soltanto dopo, quando ci capita di rileggere la nostra storia. Allora quella persona incontrata, quella perdita, quel perdono, quella prova inattesa… tutto acquista un significato. Mentre le viviamo, non le comprendiamo fino in fondo. Ma dopo, la rilettura, l’interpretazione di quella storia, ci aiutano a individuare in che strada siamo chiamati a camminare.
“La vita è teologa” quando impariamo a leggerla davanti a Dio.

Ed è forse per questo che Gesù chiede a Pietro: chi dite che io sia, voi? Non che cosa sapete di me, ma cosa sono diventato per voi. E qui c’è un secondo passaggio molto significativo che riguarda sicuramente il nostro rapporto con Dio, ma riguarda il rapporto con l’alterità, sempre e comunque, con chi incontriamo ogni giorno. Perché nel momento in cui Pietro riconosce Gesù, e dunque stabilisce con la verità di Gesù un rapporto autentico, Gesù riconosce Pietro e gli dice chi è: “tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa”. Mentre Pietro riconosce Gesù, Gesù aiuta Pietro a riconoscere se stesso. Ed è quello che accade anche nelle nostre relazioni, pensiamo all’amicizia, pensiamo alle relazioni di coppia. Più conosci la persona che hai di fronte e più impari a conoscere te stesso, impari chi sei, impari come sei fatto, impari il tuo modo di rispondere alle sollecitazioni della vita di ogni giorno.

E quando questo avviene con Dio, è logico che la verità che ne scaturisce è la più grande, la più significativa delle verità.

Dio non si aspetta da noi la perfezione per poter costruire qualcosa, ma dentro quella storia fatta di fragilità, di fallimenti, di gioie e di entusiasmi, Dio diventa qualcosa per te e tu prendi consapevolezza di te stesso.

E allora torniamo a quella frase da cui eravamo partiti, delle lettere di Berlicche: “Il presente è il punto nel quale il tempo tocca l’eternità”. Questo presente, non un altro, è il luogo nel quale incontro Dio. E dentro questa vita concreta Dio anche oggi torna a chiedermi: ma tu chi dici che io sia? E forse la fede è proprio questo: imparare giorno dopo giorno a riconoscere che dentro il nostro tempo è già presente una scintilla di eternità.

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