27/09/2026
Il passo di Matteo che ci viene consegnato in questa domenica si apre con un’immagine molto familiare, una scena molto semplice, che potrebbe appartenere anche alle nostre esperienze domestiche e familiari. Un uomo ha due figli; chiede al primo di andare a lavorare nella vigna e quello risponde “non ne ho voglia”, poi però ci ripensa e va. Al secondo chiede la stessa cosa e quello risponde, “sì signore”, ma poi non ci va.
La domanda di Gesù a questo punto – e soprattutto la risposta che ne deriva – è scontata: chi dei due ha compiuto la volontà del padre?
Ma proprio il fatto che la risposta sia così evidente e scontata ci deve far pensare che forse l’intento di Gesù è un altro. È quello di invitarci a scendere un po’ più in profondità nella vita di questi due figli.
Perché in qualche modo questi due figli abitano in ciascuno di noi.
A volte diciamo sì e poi non lo facciamo; altre volte resistiamo, diciamo no e poi troviamo la forza di cambiare. Questo atteggiamento, questo comportamento è tipico soprattutto della fase adolescenziale della vita, di quel processo di maturazione che ci porta in qualche modo a scoprire noi stessi, a cambiare di volta in volta il pensiero. Un adolescente può cambiare idea anche ogni cinque minuti. Ma quel cambiamento è un tentativo di cercare qualcosa dentro se stessi, qualcosa che forse pienamente non si comprende.
Sant’Agostino, scrivendo nel libro IV delle Confessioni la sua esperienza, a un certo punto annota: “Ero diventato a me stesso un grande enigma. Interrogavo la mia anima, perché fosse triste e mi martoriasse tanto, ma nulla sapeva rispondermi.”
L’uomo è un grande enigma. Ma non è forse questa anche la nostra esperienza? Non ci capiamo fino in fondo, vorremmo essere pazienti e ci arrabbiamo, vorremmo fare il bene e ci scopriamo egoisti, desideriamo fidarci di Dio, ma poi ci prende la paura.
Ma il Vangelo non ci dice che per incontrare Dio dobbiamo diventare perfetti. Ci mostra invece un uomo capace di cambiare, capace di trasformare la sua esistenza.
Il primo figlio, dice il testo, disse no, ma poi si pentì e andò. Il verbo che utilizza Matteo quando descrive l’atteggiamento del figlio significa proprio “cambiare mentalità”, cambiare lo sguardo. E questa è l’esperienza decisiva. Forse prima aveva guardato la vigna e visto soltanto l’imposizione del padre e la fatica che lo aspettava. Ma a un certo punto qualcosa cambia, il suo sguardo sulla vigna cambia, e capisce che la vigna può essere quella terra capace di portare frutto. E non un frutto qualsiasi. Nella Bibbia la vigna che produce il vino produce ciò che porta alla festa e alla gioia. Qualcosa di bello può accadere. L’amore può nascere. La vigna è segno anche dell’amore sponsale, dell’amore coniugale.
Il primo figlio non va più soltanto perché il padre gliel’ha ordinato, ma va perché ha scoperto il senso di ciò che il padre gli aveva chiesto.
Questo è importante anche per la nostra fede. A volte rischiamo di vivere il rapporto con Dio come un elenco di doveri: devo pregare, devo andare a messa, devo comportarmi bene, non devo fare questo, non devo fare quell’altro.
Ma Dio non è un dovere. È uno stupore, è una gioia che invade l’anima.
E anche l’educazione alla vita cristiana non è e non può essere soltanto caratterizzata dal dovere, ma occorre la stessa pazienza di Dio che sa accettare il no del figlio e aspettare il tempo nel quale sarà il figlio a riconoscere che dentro quella richiesta del padre c’è una bellezza che il suo cuore sta cercando, ma che non ha ancora trovato.
Gesù non è venuto a rendere la nostra vita più stretta, a incanalarla dentro dei confini invalicabili, ma la rende più grande. Non è venuto semplicemente a mettere dei paletti, ma a donarci delle ali. La sua chiamata non è un invito a una vita più triste, ma alla vita vera.
E qui possiamo comprendere anche che cosa sia la santità nella prospettiva cristiana.
A volte pensiamo che i santi siano persone irraggiungibili, senza difetti, quasi appartenessero ad un’altra umanità. Leggendo la vita di Santa Rita da Cascia, a un certo punto racconta che quando i genitori la portavano in campagna e la mettevano a dormire sotto un albero, le apette le portavano il miele per alimentarla. Potremmo pensare che, se la santità è a questo livello, non appartiene all’essere umano.
Ma Antonia Salzano, la mamma di San Carlo Ancutis, descrive suo figlio così: “Aveva i suoi difetti. Non era un ragazzo irraggiungibile”.
Una frase bellissima, perché consegna, restituisce alla santità la sua dimensione umana. Carlo non era un ragazzo senza difetti. La santità non significa diventare impeccabili. Significa imparare a vivere lasciando che Dio possa ogni giorno trasformare la nostra vita.
La santità non è qualcosa di irraggiungibile, ma è il segno dell’uomo felice. Dio non chiama alla santità per renderci persone rigide o tristi; ci chiama alla santità perché desidera la nostra felicità. E la felicità cristiana non consiste nell’avere una vita senza problemi. Consiste nel trovare una direzione, capire per cosa vale veramente la pena vivere. La santità allora più che un punto di arrivo, di un percorso, è un cammino fatto. Fatto di sbagli, di riprese, di recuperi, di cambiamenti. Un po’ come ci viene raccontato nella parte finale del Vangelo di oggi, dove Gesù mette davanti agli occhi dei suoi uditori le prostitute e i pubblicani nella loro capacità non di essere perfetti ma di essere pronti al cambiamento. L’accettazione della possibilità di fare una strada.
E quando arriverà la morte a cristallizzare il nostro momento, lì dove ci incontrerà il Signore, ciò che manca alla nostra perfezione non verrà dato dal nostro impegno personale, ma dalla bontà di Dio che in qualche modo completa quello che manca a ciascuno di noi.
La vigna nella quale il Signore ci chiama a vivere questa bellezza e questa felicità è la nostra vita concreta: le famiglie, il lavoro, le amicizie, la comunità, le persone che incontriamo. Ci manda lì perché ha bisogno, non di schiavi ma di persone capaci nella libertà di trovare ciò che è veramente bello. Persone capaci di rendere attraverso il perdono più bella la vita degli altri, con gesti e attenzioni capaci di restituire dignità alle persone, come celebriamo oggi nella giornata del migrante.
La capacità di dare una parola buona che sappia riaccendere la speranza. Un servizio che possa rendere meno arida la vita di qualcuno. Questa è la vigna.
E allora la domanda che Gesù ci lascia oggi, forse non è soltanto “hai detto sì o hai detto no?”, ma è piuttosto: “ma tu cosa stai diventando? cosa vuoi essere? dove vuoi portare la tua vita?”. E non è una domanda vocazionale che appartiene soltanto alla fase adolescenziale o giovanile dell’esistenza. È una domanda che ci accompagna ogni giorno della nostra vita.
Ogni mattina quando mi alzo devo chiedermi: ma io di questa giornata che mi è stata donata cosa voglio fare?
E forse è questa la nostra speranza: non tanto essere persone senza contraddizioni – quelle non ce le toglieremo mai – ma essere persone che imparano lentamente a unificare il proprio cuore fino a scoprire che seguire Cristo non significa perdere la felicità ma imparare a cercarla, e forse trovarla.
E allora vogliamo rendere grazie oggi al Signore, al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo, a quella Trinità Santa a cui va la gloria e la lode di tutta la nostra vita: fa’ che nella vigna del mondo possiamo portare frutto di gioia, di bene e di speranza, ora e nei secoli dei secoli. Amen