Re dell’Universo

24/11/2024

Oggi, in un’epoca in cui si esalta la democrazia, potrebbe sembrarci un po’ anacronistica, fuori dalla storia questa immagine di Gesù come “Re”. Ma la Chiesa è un po’ come una mamma, ci prende per mano e ci aiuta a capire i concetti magari più difficili. Con delle immagini che una volta interiorizzate ed entrate a far parte del nostro modo di pensare, di essere, possono in qualche modo accompagnare la nostra vita, renderla migliore, renderla più bella, indirizzarla verso quella meta straordinaria che è la costruzione del Regno di Dio. Una costruzione che, ricordiamocelo sempre, non riguarda soltanto la vita dopo la morte; non che non vogliamo andare in Paradiso… ma noi vogliamo vivere già in questo mondo un’esperienza di grazia, vivere il Regno di Dio così come ce lo ha spiegato Gesù. Il Regno di Dio è Lui, dunque è l’incontro con Lui.

In che modo immaginare che Cristo è il Re dell’Universo può aiutare la nostra vita? Bisogna andare con ordine, perché oggi la Chiesa ci dà degli insegnamenti, delle lezioni, e lo fa attraverso le pagine della Parola di Dio che abbiamo ascoltato.

Oggi la Chiesa ci ha fatto leggere nella prima lettura una pagina un po’ insolita, un libro profetico che non leggiamo molto: il libro di Daniele. Nella letteratura biblica, sia dei nostri fratelli protestanti, sia soprattutto dei nostri fratelli ebrei, il libro di Daniele non è nel gruppo dei libri “canonici”: gli ebrei la considerano una storia, una parabola, Daniele racconta con la sua storia un modo con cui si può affrontare il mondo, la vita. Il libro di Daniele è stato scritto intorno al 170 a.C., periodo in cui Israele stava passando un brutto momento, perché governato da un re – Antioco IV Epifane – che tentava di ellenizzare il popolo di Israele, portandovi la cultura e i costumi greci, quindi il politeismo: voleva che Israele adorasse gli dei pagani. Cosa che non era ben accetta al popolo ebraico. Quindi gli ebrei – in realtà non tutti, una parte – si ribellano. Siamo all’epoca dei libri dei Maccabei, un momento molto difficile per la vita di Israele, questo popolo che si raccoglie per combattere – si chiama Libro dei Maccabei perché il capo di questa riebllione era Giuda Maccabeo. Molti daranno la vita per questo, similmente a quel che faranno poi i primi martiri cristiani: piuttosto che accettare le imposizioni del re Antioco, preferiranno morire.

Cosa fa Daniele? Daniele utilizza un metodo di scrittura per parlare al suo popolo: il cosiddetto metodo “apocalittico”: cioè mostra qual è la prospettiva finale, la bellezza finale che dà senso anche alla fatica. Daniele immagina un re – il figlio dell’uomo – che realizzerà un regno di giustizia e di pace, nel quale non ci sarà più nessuno che potrà toglierci la libertà di seguire la verità a la giustizia. Per noi cristiani questo figlio dell’uomo nominato nel libro di Daniele è Gesù, cioè leggiamo questa figura come il messia.

Allora facciamo un salto e andiamo nel testo del Vangelo di oggi, tratto da Giovanni: il messia sta davanti a un uomo potente, Pilato, che vuole piegare la sua volontà, la sua libertà; gli dice: fai quello che ti dico io, e io ti salvo la vita. Il dialogo tra Gesù e Pilato è uno dei momenti più intensi del Vangelo di Giovanni. Gesù mostra in esso la sua volontà di salvare l’uomo a costo della propria vita, di ridare all’uomo quella libertà che Pilato, che i sacerdoti del Tempio volevano strappare a lui e a tutta l’umanità.

Dante Alighieri ha immaginato la vita dell’uomo come se fosse una camminata, una camminata che ha un obiettivo chiaro da raggiungere: il paradiso; ma per farle questo dovrà attraversare l’inferno e il purgatorio. Ma perché Dante ha iniziato questa camminata? Ce lo spiega lui stesso, nel primo canto del purgatorio. Dante esce dall’inferno – dopo aver incontrato i peccatori peggiori (quelli che tradiscono gli amici), e poi Lucifero – e dall’altra parte incontra il custode del Purgatorio, Catone Uticense, che quando vede questi due uscire dall’inferno, si stupisce molto e li ferma. E allora è Virgilio che accompagna Dante a spiegare a Catone chi è Dante. E siccome Catone è un personaggio abbastanza particolare – perché si è suicidato per non dover vivere sotto una dittatura, quella di Giulio Cesare, dovendo rinunciare alla libertà – allora Virgilio, per spiegare a Catone chi è Dante, gli dice la famosa frase “Libertà va cercando ch’è sì cara come sa chi per lei vita rifiuta”.

Ecco il senso del cammino di Dante: cercare la libertà. Vuole essere un uomo libero e sa che per essere un uomo libero deve fare un cammino che lo aiuti ad affrontare la fatica della vita, le scelte, seguendo degli ideali alti. Capisce che questi ideali alti sono quelli che Gesù ci insegna nel Vangelo.

Il Vangelo è un cammino di libertà. Ecco perché noi celebriamo Cristo Re dell’universo; non perché lui sia il capo noi “pieghiamo la testa”, ma perché lui ci ha presi e ci ha portati dentro il suo Regno, nel quale la sua libertà diventa la nostra libertà. E questo è straordinario! Gesù ci aiuta a vivere quest’esperienza di somma libertà. Tant’è vero che quando Dante conclude il suo itinerario – siamo al canto XXVII del Purgatorio – sulla scalinata che divide il purgatorio dall’Eden, Virgilio, non potendo proseguire oltre, saluta Dante e gli dice: ormai hai attraversato la vita, hai accolto i principi e i doni di grazia del Signore e stai guardando davanti a te la luce, Dio; quindi ormai tu sei padrone di te stesso, sei finalmente un uomo libero. Il cristiano che non è più sottomesso al peccato, perché la grazia lo ha liberato, perché Cristo lo ha liberato, finalmente può entrare nel Regno. Questa cosa è meravigliosa. Ecco perché celebriamo Cristo Re dell’universo: non perché siamo dei vecchi ammuffiti, ma perché siamo convinti che Cristo, che Gesù, ci ha proprio mostrato questa strada di libertà.

Allora, come Dante che conclude il suo cammino con questa conquistata libertà, anche noi abbiamo concluso l’anno liturgico, un anno nel quale abbiamo camminato domenica per domenica, e come dice San Paolo nella seconda lettera a Timoteo, ora possiamo ricevere “la corona”. Di quale regalità? Di quella che c’è stata già donata nel nostro Battesimo, quando siamo stati consacrati “sacerdoti, re e profeti”.

Allora, realizziamo questo dono che Gesù ci ha fatto, domenica per domenica, e prepariamoci a ricominciare questo ciclo, perché ogni volta dobbiamo ricominciare il cammino insieme.

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