10/11/2024
Il metodo con cui noi ogni domenica leggiamo e interpretiamo la Parola di Dio è quello che ci è stato tramandato dalla tradizione della Chiesa, cioè leggere la Parola con la Parola, interpretare i testi biblici – soprattutto quelli del Nuovo Testamento – alla luce della grande tradizione scritturistica israelo-cristiana. È per questo che ogni domenica affianchiamo al testo del Vangelo le altre letture. Oggi ad esempio la bellissima pagina tratta dal I Libro dei Re in cui si narra un episodio della vita del profeta Elia legato a un momento di grande difficoltà, carestia di Israele: è la storia della vedova di Sarepta, una donna che nella sua povertà e nella sua fatica decide di mettere Dio al primo posto, preparando una focaccia per il profeta, e se stessa, la propria famiglia, il proprio futuro al secondo posto. E questo in qualche modo le viene ricompensato. L’affiancamento di questo brano al testo del Vangelo, in cui troviamo un’altra vedova, sempre protagonista del testo, ci invita a prendere consapevolezza di questa capacità di mettere Dio al primo posto.
C’è però anche un altro passo, sempre tratto dall’Antico Testamento, che possiamo utilizzare come chiave interpretativa del Vangelo di oggi. E’ un passo che troviamo nel primo libro di Samuele, al capitolo sesto, ed è il racconto della consacrazione regale di Davide: Samuele si reca a Betlemme, nella casa di Iesse, e chiede a Iesse di mostrargli i figli, perché uno di loro è stato scelto da Dio come re di Israele; e passano davanti al profeta tutti i figli di Iesse, dal primo, che sembrava al profeta il più adatto, perché prestante, robusto, forte – perché all’epoca i re erano personaggi da guerra, dovano saper maneggiare spada e cavallo, non erano certo personaggi da diplomazia (c’erano i diplomatici che facevano questo lavoro). Ma Dio dice “No, non ho scelto questo”, e va avanti così, fino a che passano tutti i figli di Iesse, e Samuele dice “sono tutti qui, non ce n’è più nessuno?”. “Ne è rimasto uno, il più piccolo, dice Iesse, che ho mandato nei campi a pascolare” – probabilmente perché era il meno adatto a una vita familiare rude e forte come era quella dei tempi di Iesse. Samuele lo manda a chiamare, e quando lo vede arrivare, l’aspetto non era propriamente quello di un re condottiero, perché lo descrive magrolino, ricciolino, rosso di capelli e di bell’aspetto; non certo un re condottiero. E Dio dice: “è lui, consacralo”. Probabilmente Samuele rimane un po’ stupito per questa scelta, e Dio gli dice “Vedi, l’uomo guarda l’apparenza, Dio guarda il cuore”. È proprio questa la frase che ci può dare la chiave di lettura per l’interpretazione del Vangelo di oggi.
Il passo di Marco (12, 38-44) è come un enorme dittico, due quadri che dialogano tra loro. Il primo quadro rappresenta gli scribi, che in Israele sono caratterizzati dall’essere ben vestiti, vanno in giro con lunghi strascichi, code per farsi vedere dalle persone, e pregano per lungo tempo. Questo è il primo quadro. Il secondo quadro rappresenta una vedova povera che butta nel tesoro del Tempio due monete. Sicuramente il primo quadro ci mette davanti una domanda, è il tentativo di rispondere a questa domanda: “Veramente è così importante l’apparire?”
Risponderemmo, di impatto, che ovviamente ci interessa la sostanza, non l’apparenza. Ma… facciamo un po’ di attenzione perché non è proprio così. L’apparenza è importante, nel senso che gli esseri umani, quando si relazionano, si relazionano prima di tutto con i loro sensi. E il primo senso che viene messo in moto quando incontriamo qualcuno è proprio la vista. La vista avvia dentro di noi tutta una serie di meccanismi di valutazione, e questo è fondamentale nella nostra vita di tutti i giorni. Facciamo questo ad esempio quando guidiamo: se vediamo uno che sbanda con la macchina davanti a noi, faremo di tutto per non sorpassarlo, non ci fideremo, ne staremo lontani. È fondamentale per sopravvivere farsi guidare dallo sguardo. Ma lo sguardo che hanno gli altri su di noi è fondamentale anche per la nostra crescita, per il nostro sviluppo, per la nostra autoconsapevolezza, la consapevolezza delle nostre qualità. Se andiamo qualche volta al parco, il bambino che sale sull’altalena comincia a gridare “Mamma, guardami!” come se avesse scoperto la fusione nucleare. In realtà sta andando semplicemente sull’altalena, ma è fondamentale che la mamma gridi “Bravo! Sei bravissimo!”.
Lo sguardo dell’altro ti aiuta a prendere consapevolezza di te stesso. Quindi lo sguardo non è una cosa di per sé negativa, ma occorre imparare a guardare nella giusta direzione, a guardare nel giusto modo. Occorre educare lo sguardo.
Se non siamo stati educati a soppesare gli sguardi degli altri su di noi – e questo avviene soprattutto se magari nella nostra infanzia non stiamo stati aiutati a prendere la consapevolezza di noi stessi – rischiamo di entrare dentro un vortice di ansia da immagine. E il primo e il più importante effetto – negativo – dell’ansia da immagine è l’avidità: ho bisogno di essere guardato, ho bisogno di essere approvato, ho continuamente bisogno che qualcuno mi dica “sei bello, sei bravo, sei buono, sei intelligente”. Un’ansia che arriva a cercare di divorare ogni cosa. Ecco perché Gesù nel descrivere gli scribi oltre alla descrizione fisica accenna un particolare, dice “divorano le vedove”. E’ uno sguardo che divora, quello dell’ansia, è uno sguardo che denuda, impoverisce, violenta. Molti dei mali di oggi nascono dentro un contesto culturale nel quale non siamo più stati educati allo sguardo, a uno sguardo pulito sulle cose.
Se si vuole un po’ imparare come va il mondo, basta guardare la pubblicità. Perché i pubblicitari non sono nati ieri, trovano sempre dei modi per catturare l’attenzione. Nel famoso negozio dove si comprano i mobili per poi portarseli a casa e montarseli da soli, in questo periodo c’è un cartello pubblicitario blu con al centro un buco a forma di toppa della serratura, e sopra c’è scritto “Tu NON puoi spiare”, ma sul “NON” c’è una X, è cancellato. L’invito che fa il pubblicitario è quello a prenderti il gusto di infilare l’occhio nel buco della serratura per vedere cosa c’è dall’altra parte: nessuno lo giudicherà negativamente.
A Verona in un museo di arte moderna e contemporanea, c’è un’installazione alquanto “disturbante”: la ricostruzione in scala di un palazzo di New York con tutte le finestre, alto circa tre metri. A ogni finestra c’è una scena che rappresenta quel che accade all’interno di una stanza. Alcune stanze sono statiche, altre sono sostituite con dei proiettori che mandano a ripetizione scene interne, domestiche, scene di violenza, scene un po’ più colorate o scene di ordinaria vita famigliare. E c’è una quantità di gente lì a guardare quello che accade nelle case degli altri.
Ecco, l’artista, il pubblicitario, hanno colto una dimensione tipica del contesto attuale: la sete, la voglia di spiare gli altri, di uno sguardo avido sulla vita degli altri. Non è una novità… basta ritornare indietro di alcuni anni, al successo del Grande Fratello. Quell’occhio che scrutava quel che accadeva in una casa, dove delle persone erano state chiuse proprio per permettergli di fare l’esperienza dello sguardo altrui.
Ecco, Gesù, per educare il nostro sguardo, ci mette di fronte l’altro quadro del dittico, che è il quadro della vedova. Con questo quadro ci insegna almeno 2 cose:

Innanzitutto, ci mostra la modalità con cui guardare le cose. Perché Gesù guarda: dice il testo che si era seduto davanti al Tempio, ad osservare come le persone, non quanto o cosa, ma come gettavano le cose.
E nel guardare, Gesù scende nella profondità del cuore delle persone che gli stanno intorno. Perché c’è uno sguardo che va oltre l’apparenza, c’è la possibilità di guardare l’altro in un modo diverso, con una comprensione diversa. Dare la propria vita sarà il metro, la misura con cui mettere in moto un meccanismo di salvaguardia di se stesso e di allontanamento dall’ansia da immagine. Ci presenta una vedova. Il testo italiano dice una vedova povera. Nel testo originale greco c’è scritto “una vedova mendicante”, cioè una che chiedeva l’elemosina. Forse Gesù l’aveva incontrata fuori dal Tempio con la mano tesa a chiedere qualcosa. Qual è l’aspetto che Gesù nota? Dove va lo sguardo?

Gesù si accorge che questa donna getta nel tesoro “due monete che fanno un soldo”. Potremmo dire “che differenza fa? Sempre un soldo è”. Invece no, c’è una grande differenza. Quando qualcuno per la strada ci chiede l’elemosina, noi ci guardiamo in tasca, e cominciamo a soppesare, a selezionare che cosa dare, attenti anche allo sguardo degli altri… fino a che tiriamo fuori la moneta. Questo è quello che facciamo noi: soppesiamo il nostro dare qualcosa agli altri. Questa donna agisce in maniera completamente diversa. Aveva due monete, poteva tranquillamente gettarne una nel pozzo del tesoro e tenerne una per sé. Ma lei dà tutto.
Ecco il suggerimento che ci dà Gesù: ha dato tutto, ha dato la sua vita. Perché se vogliamo strappare da noi quel gene negativo che è il desiderio di possesso, di avidità, di rubare l’altro, dobbiamo cambiare atteggiamento, metterci in una condizione di dono. Lo sguardo che dona è uno sguardo diverso da quello che ruba. Imparare a donare, a privarsi di qualcosa per condividere. E’ la dimensione che ci aiuta ad educare il nostro sguardo sugli altri. Possiamo curare l’ansia con quella semplicità e con quel dono di sé che ci ha insegnato Gesù nel Vangelo di oggi.