22/12/2024
La conclusione della pagina del Vangelo di Luca di oggi «Beata colei che ha creduto» ci interroga: può un atto di fede cambiare la storia?
L’esperienza quotidiana sembrerebbe rispondere con un chiaro e secco «no».
La storia del mondo si muove su alcuni binari molto evidenti, dove di certo non troviamo quello della fede. Il primo binario è quello dell’economia: sono i soldi a decidere il destino di popoli e di nazioni. Il denaro decide le sorti delle persone, la loro possibilità di vivere o di morire. L’altro grande binario che muove le sorti del mondo è il potere, soprattutto quello politico, che trova la propria forza nella capacità di gestire le persone, influenzando le loro scelte. E il potere ha, tra le sue armi più potenti, la guerra. Le guerre si fanno per far vedere al mondo chi è il più forte. Pazienza se poi questo significa morte, devastazione e dolore per tutti. E c’è ultimamente un terzo binario particolarmente frequentato, che è quello dei social media e dei cosiddetti “influencer”: un mondo in continua evoluzione, che ha scoperto, probabilmente rubandola alla politica, la possibilità di polarizzare il pensiero delle persone, portandole a scegliere in una determinata direzione. È un piacere che è stato scoperto sempre più insistentemente, quello di sapere che molti pendono dalle tue labbra, che quello che tu dici diventa il pensiero di molti. Tutto questo inficia soprattutto la capacità di scegliere con coscienza e con libertà nella nostra vita.
La domanda quindi è: può un atto di fede cambiare la storia?
Il Vangelo di oggi ci presenta due donne che si incontrano condividendo la potenza di una scelta di vita nata nella fede: Elisabetta, che nella sua tarda età ha aperto il cuore e il ventre alla vita e alla profezia, e Maria, che “sperando contro ogni speranza” (vd Paolo ai Romani 4, 18), è diventata madre della promessa fatta ad Israele. Elisabetta riconosce che la cugina porta nascosto nel seno il mistero di un Dio che si fa carne, e quel mistero la visita, riempiendola di Spirito Santo. In quel momento Elisabetta diventa profetessa, anticipando la vocazione del Battista, il piccolo Giovanni di cui lei è incinta, e proclama, dunque, “beata” Maria, e il frutto del suo seno.
Elisabetta vede, con l’occhio del profeta, tutta la potenza che uscirà da Maria quando la sua divina maternità verrà manifestata al mondo. Lei già vede quello che l’apostolo Paolo riconoscerà molti anni dopo nella sua lettera ai Filippesi: Gesù “umiliò se stesso, accolse la nostra natura umana e per questo Dio lo esaltò e gli diede il nome che è al di sopra di ogni altro nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli e sulla terra”.
In questi duemila anni di storia cristiana il mondo ha potuto sperimentare che la fede in Gesù è stata capace di cambiare il destino di uomini e di donne, di trasformare il modo di pensare del mondo, di rendere coraggiosi degli uomini avidi e mettere a tacere i potenti della terra. La storia della fede degli uomini è stata capace di costruire opere d’arte di straordinaria bellezza, ma anche di compiere ogni giorno gesti di un amore grandissimo. Allora possiamo dire, con Elisabetta, senza temere di sbagliare: beato colui che, come Maria, crede nella potenza di Cristo, nella sua umiltà che trasforma il cuore dell’uomo.
Portiamo ancora nel cuore le parole sentite tante volte, e che Papa Giovanni Paolo II pronunciò il giorno dell’inizio del suo pontificato (ottobre del 1978): disse, quasi gridando “Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo, alla sua salvatrice potestà. Aprite i confini degli stati, i sistemi economici e politici, i vasti campi della cultura, della civiltà e dello sviluppo.”
Nessuno lo sapeva a quei tempi, ma dietro questa frase c’era il progetto di fede di un uomo che si era affidato totalmente a Cristo e che aveva riconosciuto nella potenza di Cristo la potenza di cambiare le sorti del mondo.
Quell’appello del Papa trova forza proprio in questo incontro di donne, di madri: la fede può cambiare il mondo, e oggi di quella fede e di questo cambiamento abbiamo bisogno più che mai.