Giorno di Natale

25/12/2024

La pagina letta a Natale tratta dal capitolo 52 del Libro del profeta Isaia è stata scritta in un momento in cui appare con certezza ormai vicina la liberazione dall’esilio babilonese. La gioia del popolo è incontenibile: gridano di gioia tutti, soprattutto i messaggeri che annunciano il ritorno. Gridano di gioia le sentinelle che ricevono l’annuncio. Esultano perfino – nel testo – le rovine di Gerusalemme, cantano le pietre, perché sono liberate. Motivo di tanta gioia è il ritorno del Signore, insieme alla fine della deportazione; la certezza che Gerusalemme sarà nuovamente la capitale di un popolo che era stato disperso.

La potenza di Dio sembrava sconfitta e ridotta al silenzio. Avevano visto distrutto il Tempio e invece no: il Signore ha mantenuto per un istante il silenzio, ma ora fa sentire di nuovo la sua voce.

Anche in situazioni difficili, Israele impara a non mettere mai in dubbio l’amore di Dio.

Eccola: sta in questa certezza l’esperienza del Natale. La gioia di Israele deve essere la nostra gioia, a motivo della certezza che Dio è venuto tra noi. Però ce lo dobbiamo domandare: dov’è finita questa gioia nelle comunità cristiane? Sono sempre meno i fedeli che accolgono questo invito. Sempre più sentiamo sulle spalle il peso della nostra fede, invece che la gioia della fede. Questo perché probabilmente ci siamo dimenticati che ciò che caratterizza il cristiano è l’annuncio della gioia del Vangelo.

Piedi consumati dalla fatica e dal viaggio, forse doloranti e maleodoranti, quelli descritti dal libro di Isaia. Eppure sono lo strumento grazie al quale il messaggero può annunciare la pace. È per questo che quei piedi sono belli e preziosi. Grazie a loro l’attesa di pace e di liberazione si compie e suscita la gioia.

Sono, come abbiamo letto questi giorni, i piedi del “popolo che camminava nelle tenebre” e che “vide una grande luce”. Sono i piedi di Giuseppe e di Maria che salgono alla città di Giuda chiamata Betlemme per farsi registrare. Sono i piedi dei pastori che all’annuncio dell’angelo andarono senza indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino che giaceva nella mangiatoia. E sono proprio loro, Maria e Giuseppe, a permettere ai medesimi piedi, quelli dei pastori, di allontanarsi, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, come era stato detto loro. Saranno più avanti i piedi di Giovanni, il battezzatore, mandato come testimonianza, per “dare testimonianza alla luce”, come abbiamo ascoltato nel prologo del Vangelo di Giovanni. Sono, infine, i piedi di Gesù. Lo contempliamo fragile e incapace di camminare, bambino, ma poi lo accompagneremo per le strade della Palestina perché “Dio nessuno lo ha mai visto. Ma proprio il figlio primogenito che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato”.

Cristo ci ha rivelato il volto del Padre.

Quei piedi che la violenza degli uomini fermerà prima inchiodandoli a una croce e poi seppellendoli in un sepolcro, ma che lasceranno il sepolcro per portare il messaggio di pace, il messaggio del risorto: “pace a voi”. Questo fa il cristiano, cammina con i piedi di Dio, cammina per portare l’annuncio della gioia e della pace al mondo.

Tornano in mente le parole con cui, nelle fonti francescane, un anonimo perugino descrive il poverello di Assisi, Francesco: “Francesco camminava a piedi nudi, con indosso un abito misero, cinto ai fianchi di una vile cintura. Molti lo schermivano, gli rivolgevano parole ingiuriose. Quasi tutti lo ritenevano impazzito. Lui però non se ne curava e nemmeno rispondeva loro, attendendo con la massima sollecitudine a mettere in opera quello che Dio gli indicava. Non camminava appoggiandosi a ragionamenti di umana sapienza, ma nella manifestazione e nella forza dello Spirito”.

Ecco allora la domanda che ci facciamo: su cosa poggiano i nostri piedi? Quali certezze, quali speranze, quali desideri, quale futuro attende la nostra vita?

I nostri piedi ci parlano, ma a condizione che noi li ascoltiamo.

Erri De Luca scrive una lunga e articolata ode ai piedi, che si conclude così:

“Perché non sanno accusare e non impugnano le armi. Perché sono stati crocifissi. Perché anche quando si vorrebbe assestarli nel sedere di qualcuno, viene lo scrupolo che il bersaglio non meriti l’appoggio. Perché come le capre amano il sale. Perché non hanno fretta di nascere, però poi, quando arriva il punto di morire, scalciano in nome del corpo contro la morte”.

Proviamo allora a passare questo Natale ascoltando un po’ di più i nostri piedi.

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