Un comandamento nuovo

18/05/2025

L’espressione che troviamo nel Vangelo di Giovanni in questa quinta domenica di Pasqua – «Vi do un comandamento nuovo» – è un’espressione particolare, strana perché il comandamento di cui parla Gesù non è “nuovo” in senso assoluto, cioè in quanto “mai ascoltato”- infatti l’Antico Testamento è innervato di questo comandamento. Dio fa fare al suo popolo l’esperienza di un amore forte, potente, che si manifesta nella fraternità, nella costruzione della giustizia, della verità. Un Dio che si mette dalla parte dei fragili, dei deboli, delle vedove -. Quindi non possiamo dire che sia nuovo in questa prospettiva. Ma è nuovo – come molti degli autori hanno scritto – in quella espressione che Gesù utilizza subito dopo: “come io ho amato voi”. E… attenzione! quel “come” non indica una proporzione o un metro di paragone – Chi può amare come Dio? è qualcosa di assolutamente impossibile da realizzare! – ma in quel “come” dobbiamo leggere l’origine e il fine di quell’amore.

E allora, se volessimo approfondire il tema, dovremmo rileggerci bene la pagina dell’Apocalisse – la seconda lettura di oggi – in cui viene descritta una terra straordinaria.
Quando Tommaso Moro scrive “L’Utopia” inventa proprio la parola “utopia”. Gli autori dicono che è una parola che può avere un doppio significato: può esserci all’inizio un privativo (in greco “ou” è negazione) cioè quasi a dire che è un “non luogo”; oppure intendendo il prefisso u- derivante da “eu” che in greco indica il bene (come l’eu-caristia che è il rendimento di grazie). E dunque l’Utopia è anche la terra del bene, del buono.
Messe insieme queste due cose ci possono far pensare che la terra del buono è una terra che non esiste. Un po’ come “L’isola che non c’è” di Peter Pan.
Nello scrivere questo libro, l’Apocalisse, tra le altre cose l’immagine che descrive l’apostolo è quella di una terra utopica. Dice così: “vidi un cielo nuovo e una nuova terra. Il cielo e la terra di prima erano passati”; e poi ci dice una cosa strana, che letta così sembra poco significativa e soprattutto rischierebbe di farci immaginare questa terra non proprio straordinariamente bella, perché dice che “era scomparso il mare”. In realtà, è un modo per dirci che da quella terra era scomparso il “male”. Perché? Perché nella tradizione biblica il Leviathan, cioè il serpente antico, il demonio, abita i mari. E Pietro quando pesca fa proprio questo lavoro: sottrae al mare – cioè al male – i figli di Dio, portandoli nella barca della chiesa e dandogli una nuova vita. Quindi questa immagine di un mondo senza il mare – che probabilmente sarebbe bruttissimo – è l’immagine di un mondo privato del male.
E in qualche modo Utopia, quest’isola che Tommaso Moro immagina in questo romanzo, è proprio una terra privata del male, di quei mali che appartengono all’Inghilterra del suo tempo (XV/XVI secolo). Leggiamo un piccolo passaggio del libro:

«Qualunque sia la fabula in cui ti trovi, recita la tua parte fino in fondo, cercando di farla fruttare il più possibile. Non rovinare tutto solo perché ti viene in mente un’altra trama più bella e felice. In una repubblica è la stessa cosa, e anche nelle consulte dei re e dei principi. Se non riesci a estirpare dai loro cuori le idee malvagie e le cattive opinioni, se non puoi, come vorresti, eliminare i vizi che un duraturo costume ha trasformato in abitudini, non devi per questo lasciare la tua repubblica a se stessa. Non puoi abbandonare la nave nella tempesta soltanto perché non ti riesce di calmare i venti. Non devi tentare di inculcare ragionamenti nuovi e originali se sai di trovarti di fronte a menti in cui vi sono condizioni opposte. Conviene aggirare gli ostacoli operando per migliorare le cose. Così, se non riesci a far sì che tutto vada per il verso giusto, almeno puoi evitare che vada per quello sbagliato. È impossibile che ogni cosa vada bene, se gli uomini non sono tutti buoni; ma nutro ben poche speranze che un’eventualità simile si presenti almeno per molti anni.»

Che cosa dice Tommaso Moro che in qualche modo può essere il commento alla pagina evangelica di oggi? Gesù non ci chiede di cambiare il mondo. Questa è un’operazione che ha riservato a se stesso. La trasformazione del male e la distruzione della morte è un’opera che compie lui. A noi non è chiesto di fare in modo che l’universo possa in qualche modo trasformarsi. Non ne abbiamo le forze. Lo dobbiamo dire con sincerità, facciamo i conti tutti i giorni con il male. Ma c’è una cosa che possiamo fare: provare a costruire quel regno in quella piccola porzione di mondo che ci ha dato da abitare. Possiamo in qualche modo mostrare che quella utopia che il Signore Gesù ci ha raccontato nel Vangelo, quella idea di un paradiso già vissuto su questa terra che ci sembra impossibile da raggiungere, in realtà si può verificare. Anche se in maniera momentanea, anche fosse solo un piccolo sprazzo di vento in una giornata afosa.
E allora quando una comunità cristiana esercita la fraternità, quando coloro che sono stati chiamati a far parte del Regno dei Cieli mostrano anche solo per un istante che è possibile amare gli altri più di se stessi, beh allora mostriamo al mondo che quell’utopia è possibile, e partecipiamo alla costruzione del bene. Non dobbiamo spaventarci se il mondo è dilaniato dalle guerre. Non dobbiamo neanche pensare che tutto sia segnato dal male. Perché noi siamo figli della speranza che Cristo ha portato con la sua resurrezione.
Questo è un testo pasquale. Ed è straordinario pensare che Gesù rivolga queste parole ai suoi discepoli non nel punto più alto della sua regalità, durante i miracoli o durante i grandi segni, ma quando Giuda è appena uscito per tradirlo. E allora se la gloria che possiamo dare a Dio è quella di mostrare che è possibile perdonare il peccato e costruire un mondo fraterno e giusto, il compito che Dio ci affida oggi è proprio quello di provare con le nostre deboli forze a fare anche una piccola cosa perché questo mondo sia il mondo di Dio.

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