Se uno mi ama

25/05/2025

In queste ultime domeniche ci troviamo nel cuore del Vangelo di Giovanni, proprio nella parte centrale; già da due domeniche stiamo ascoltando questo Vangelo, e lo ascolteremo fino alla Pentecoste. Sono testi abbastanza familiari per noi, avendoli già ascoltati durante la Pasqua – ovvero dal capitolo 13 al 17 -, perché partono dalla lavanda dei piedi, nell’ultima cena, a cui segue questo discorso di addio che dona ai suoi discepoli. Stiamo leggendo proprio il discorso di addio, che è suddiviso almeno in tre parti fondamentali: il discorso riguardo i discepoli, il discorso riguardo il ritorno verso il Padre, e la grande preghiera di Gesù per i discepoli, perché lo Spirito li confermi, li aiuti, e anche li custodisca dopo che Gesù tornerà, ascenderà al Padre. E nel testo di oggi, in questo grande addio che Gesù fa ai discepoli – e che quindi è rivolto anche a noi – Gesù inizia il suo discorso con questo verbo: amare (“se mi amate osserverete la mia parola”).

L’amore è la cosa più importante, l’amore è la realtà più forte che Gesù lascia come eredità spirituale, come testamento; non ha in mente tanti programmi o tante indicazioni da dare ai suoi, ma lascia loro il testamento più importante, l’amore: “Se mi amate osserverete i miei comandamenti”.
Quando ci congediamo da una persona, quando la salutiamo perché non la vedremo per tanto tempo, o perché parte per un viaggio, o perché va a vivere lontano, solitamente i nostri consigli sono di stare attento, di guardarsi dalle cattive compagnie, di pensare alla salute, cercare di arrivare ai suoi obiettivi; ma, forse, nessuno raccomanda di amare.
Invece, il grande testamento che Gesù lascia ai suoi discepoli, alla comunità, è proprio amare. E con questo verbo, “agapào”, che racchiude tutto l’amore che Dio ha per noi – l’amicizia, l’affetto, tutto ciò che noi possiamo includere nell’amore di Dio, quindi l’amore per eccellenza – in questo amore Gesù assicura alla comunità dei suoi discepoli che essi non rimarranno soli, ma che invierà loro lo Spirito Santo, il Paralito, che avrà il compito di insegnare e ricordare loro ciò che essi hanno appreso da Gesù.
Il secondo punto di questo Vangelo è forse quello più duro – e un po’ noi lo “ammorbidiamo”, nella nostra vita – : Gesù promette che manderà lo Spirito Santo, il Paràclito. Tra pochi giorni celebreremo la festa della Pentecoste, che è appunto l’invio dello Spirito, che potrà “insegnare” e potrà “ricordare”. Questi sono i due aspetti di cui Gesù vuole dare una certezza alla sua comunità. Lo Spirito che insegna e ricorda. Lo Spirito che ha questa funzione di “didàskalos”, di maestro, benché siamo nel Vangelo di Giovanni. Questa funzione dello Spirito di “insegnare” noi la ascoltiamo soprattutto nei Vangeli sinottici. Nel Vangelo di Giovanni lo Spirito insegna, però proponendo come modello il Cristo, che è il maestro per eccellenza: non colui che fa imparare le cose a memoria, ma colui che diventa modello di vita spirituale, modello di vita di fede.
Nell’Antico Testamento il maestro è Dio, colui che si siede sul trono e insegna. Noi oggi nella comunità e nella Chiesa abbiamo un po’ perso il significato del Cristo che insegna, perché alcune delle cose che il maestro ha insegnato “non ci fanno tanto comodo”. Ma nel Vangelo il maestro per Giovanni è via, verità e vita. Questo è il maestro, questo è Cristo, questo è il Dio in cui noi crediamo. Se eliminiamo queste cose dalla vita comunitaria possiamo fare un club, una società… ma non avviene un cambiamento in noi. Se per noi Cristo non è il didàskalos, non è il maestro, ma magari è uno di noi con cui condividiamo una merenda, un compagno di viaggio… non è il Dio in cui crediamo.
Il secondo aspetto è forse ancora più duro: lo Spirito ci ricorderà – “anàmnesis” – tutte le cose che noi abbiamo vissuto. È il punto più dolente del Vangelo di oggi: lo Spirito non insegnerà altre cose, ma insegnerà le cose che Gesù ci ha donato, le cose che Gesù ci ha fatto vivere, le cose che Gesù ha insegnato a partire dal Padre, da Dio.
Lo Spirito vi ricorderà ogni cosa: che cosa? l’esperienza di Cristo. Lo Spirito insegna, lo Spirito ricorda, ma se io non ho avuto esperienza di Cristo e non faccio tutte le domeniche esperienza vera di Cristo, sacramentale, della parola, della verità, cosa mi ricorderà lo Spirito? Nulla, se non ne ho fatto esperienza.
Quindi: lo Spirito ricorderà a chi ha fatto esperienza di Gesù le cose di cui ha fatto esperienza. E quindi noi siamo invitati sempre a fare esperienza di Gesù.

Quante volte pensiamo che la Chiesa debba cercare di essere tutto per tutti, di fare cose semplici perché altrimenti non si avvicina alle persone. Che i giovani se proclamiamo cose troppo alte, troppo vere, troppo serie non verranno. Ma se non alziamo l’asticella della fede, rimarremo sempre bambini, e sempre chiusi tra di noi.
Il Vangelo ci dice che lo Spirito ci deve ricordare le cose che abbiamo vissuto. Ebbene, se non abbiamo un vissuto di fede, rimarremo allo stesso livello da dove siamo partiti anni fa. Allora ecco il senso, la spinta del Vangelo di Giovanni: vivere, imparare, crescere nella fede, e avere anche la consapevolezza che lo Spirito ci porta su vette alte, lo Spirito ci edifica nel corpo e nell’anima.

Lo Spirito e la vita di Cristo ci doneranno anche la pace. Gesù è colui che entra nella comunità per darci pace. E qual è la pace che Gesù ci dà? La pace che Gesù ci dà certamente non è, come nella tradizione biblica, un’assenza di conflitti, di guerre, di realtà che a volte non vogliamo vedere, ma la pace nella Bibbia significa la benedizione di Dio, la grazia di Dio. E quella grazia, quella benedizione deve entrare in ogni realtà mondiale, in ogni realtà comunitaria, anche laddove ci sono conflitti. E noi viviamo oggi, purtroppo, i conflitti della guerra. Allora dobbiamo invocare questa pace. Perché secondo la concezione biblica, secondo la concezione del Vangelo, l’uomo non può darsi pace da solo. La nostra pace è niente. “Non vi do la pace come ve la dà il mondo”, dice Gesù. La nostra pace è quella di trattare, di mercanteggiare: ti do, mi dai… La pace di Gesù invece è benedizione, non è una pace esclusivista. La pace di Gesù scende nei luoghi dove ci sono conflitti, dove ci sono guerre, dove ci sono incomprensioni e dove forse la vita non è così idilliaca come noi la pensiamo. La sua pace è una benedizione che scende nelle nostre realtà, nei nostri luoghi, in quei luoghi dove ne sentiamo la sete.
Preghiamo in questa domenica affinché il Signore possa sempre donarci la sua pace, affinché il Suo Spirito possa sempre insegnarci e ricordarci tutto ciò che noi viviamo, affinché possiamo trasmetterlo alle persone che incontriamo nella nostra vita.

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