01/06/2025
Tutta la Chiesa celebra oggi la solennità dell’Ascensione di nostro Signore Gesù Cristo.
Una solennità che ci riconduce a meditare sul grande evento che abbiamo da poco celebrato: la risurrezione. Sono passati 40 giorni da quando quel momento, quel punto focale, fondamentale della fede è stato celebrato, e oggi ci ritroviamo anche noi, un po’ come i discepoli, forse, a farci la stessa domanda: se il Cristo risorto dopo quella morte, dopo quella passione, è tornato dai suoi discepoli, e loro si sono abituati alla sua presenza, perché devono, in qualche modo, soffrire nuovamente un’altra partenza?
Dopo 40 giorni Gesù infatti “scombussola” nuovamente la comunità ascendendo al Padre.
Ci sono almeno due risposte a questo: una risposta liturgica, che abbiamo ascoltato nella Colletta iniziale, e una risposta biblica, che troviamo nel Vangelo che abbiamo ascoltato.
È solo Luca che descrive l’evento dell’ascensione, nessun altro evangelista descrive questa scena, questo mistero della fede.
La prima risposta la troviamo dalla liturgia. “Colletta” significa raccogliere la preghiera del popolo e portarla verso il Padre, è una preghiera antica. La Colletta di oggi ci dice che la nostra umanità viene portata attraverso l’ascensione di Gesù presso il Padre. Questa è la risposta liturgica.
La seconda risposta è biblica, e si trova nel Vangelo che abbiamo ascoltato oggi: Gesù conforta e conferma i suoi discepoli nella fede dicendo: “Così sta scritto, il Cristo patirà, risorgerà il terzo giorno e poi nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati e il Cristo sarà innalzato”. Così sta scritto… dove? Nell’Antico Testamento, nei carmi di Isaia (cap. 53), dove troviamo tutto ciò che il servo sofferente – o il figlio sofferente – patirà, soffrirà… anche se – dobbiamo essere onesti – il profeta Isaia non ha mai pensato (e nemmeno il popolo ebraico) al Cristo.
Però lo studiamo, e anche il Pontificio Istituto Biblico lo dice: dopo la risurrezione noi leggiamo l’Antico Testamento in virtù della nostra fede, e il Nuovo Testamento, cioè la risurrezione di Cristo, illumina alcune pagine dell’Antico Testamento; quindi noi, con la risurrezione di Cristo, con la fede e con la certezza della fede, possiamo rileggere nei carmi del profeta Isaia questa espressione che Gesù attribuisce a sé. E Gesù parla in un modo molto forte: il testo greco utilizza il perfetto del verbo “gràfo” (=scrivere), che indica un’azione passata che ha delle conseguenze nel tempo presente e futuro: “così è scritto”, ma quanto scritto allora accade oggi e accadrà domani, ecco la certezza della nostra fede. E quando ascoltiamo questa scrittura ci vengono i brividi, perché noi celebriamo e noi leggiamo questi testi con fede, per noi oggi e per le generazioni a cui noi siamo impegnati a trasmettere la fede. “Così è scritto”: ecco il tesoro della nostra fede.
Leggete Isaia – ci dice Gesù -, tornate indietro, e alla luce della risurrezione, certe espressioni, certe pagine dell’Antico Testamento le comprenderete in modo diverso, più ricco.
Gesù poi invita i discepoli a rimanere nella città: la loro missione dovrà cominciare e dovrà partire, con questa presa di coscienza forte, da Gerusalemme. Da qui bisognerà partire per annunciare la risurrezione, la remissione dei peccati (quello di Luca è il Vangelo della Misericordia!). Perché proprio da Gerusalemme? Perché Gerusalemme è il luogo della fede, dove sono avvenute le grandi esperienze e dove è avvenuta la più grande cosa che sia mai esistita e accaduta: la passione, la morte e la risurrezione di Gesù.
Gerusalemme è il luogo fondante e fondamentale della fede. Allora, l’Evangelista ci ricorda – traducendo nella nostra realtà – che quando ogni tanto perdiamo un po’ la forza della fede, dobbiamo tornare alla nostra Gerusalemme, cioè alle esperienze o all’esperienza più forte che abbiamo fatto nella fede, a quando abbiamo sperimentato la certezza della vicinanza di Cristo nella nostra vita. Un po’ come quando nelle coppie si affievolisce l’amore, e allora bisogna tornare alla fonte dell’amore, cioè all’esperienza iniziale del proprio amore. Da lì si riparte, perché lì è la grazia con cui Dio ci ha posto nel cuore quell’amore.
Infine, i discepoli tornano a Gerusalemme e tornano nel Tempio lodando Dio, ricevendo la grande benedizione di Gesù, mentre lui si distacca da terra. Quale il senso di questa scena?
Tornare al Tempio, tornare nel Tempio per il Vangelo di Luca significa tornare alle origini; il Vangelo di Luca è il Vangelo del Tempio, della misericordia del Tempio, dove tutto ha inizio: è in quei luoghi che l’angelo si rivela, che Gesù viene portato, viene cresciuto, dove Gesù frequenta e dove c’è questa connessione con il Padre.
Preghiamo perché ciascuno di noi, nella propria Gerusalemme e anche nella Gerusalemme dove ci incontriamo per celebrare insieme l’Eucarestia – l’esperienza più forte della fede – possa trovare quella fede che fa trascendere la propria umanità presso il Padre.
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Immagine: icona di Raffaella Rovina, Chiesa del SS.Salvatore – Genzano di Roma