Esaltazione Santa Croce

14/09/2025

La liturgia di oggi ci propone di celebrare, in quanto Chiesa, la festa dell’esaltazione della Croce. Una festa molto antica, già esistente nel 335, in seguito alla scoperta della Croce da parte di Elena, la madre dell’imperatore Costantino.
A Gerusalemme l’imperatore costruì due basiliche: sulla tomba di Gesù e sul calvario. Per chi è stato a Gerusalemme e le conosce, sono abbastanza vicine, qualche metro o distante l’una dall’altra. E da quel momento in poi i cristiani, con l’editto di Costantino, ricevettero la libertà di professare la propria fede. Perciò anche, da quel momento in poi finalmente i cristiani potranno segnarsi col simbolo più importante della loro fede: la Croce.

Fino ad allora, nelle varie persecuzioni, fino a Costantino, i cristiani potevano identificarsi attraverso vari simboli: il pesce, la colomba… che vediamo anche nelle catacombe. Ebbene, da quel momento in poi la chiesa poté celebrare finalmente e anche rappresentarsi con quel simbolo e segno, la Croce.

Cos’è la Croce? Simbolo di patibolo. E, potremmo dire, ma perché bisogna esaltare un simbolo di patibolo, un simbolo di sofferenza? Però, come cristiani, la Croce significa fondamentalmente salvezza, metro di giudizio, trono di Gesù e soprattutto segno dietro al quale noi comprendiamo e contempliamo la risurrezione. Sappiamo che non tutto termina in quel Venerdì santo, ma tutto termina con la Pasqua.
Quindi se noi ci fermassimo alla Croce in sé, come patibolo e sofferenza, non troveremmo le risposte, e non troveremmo il suo massimo gesto di dare la vita, come abbiamo ascoltato nel Vangelo di oggi: dare e donare la vita per amore. Non possiamo scindere la realtà della Croce dalla realtà dell’amore. Gesù le ha sempre tenute unite.

Perché Gesù sceglie la Croce? È sicuramente un mistero. Dio avrebbe potuto salvare il mondo anche attraverso altre vie, ma ha scelto la via della sofferenza e della Croce. Ci sono alcune risposte che Gesù stesso dà riguardo la Croce; nei Vangeli sinottici per tre volte ogni evangelista le ricorda.
Si dice per tre volte, in tutti i Vangeli, che Gesù si avvia verso Gerusalemme perché lì deve patire, soffrire, morire, essere crocifisso e risorgere. E la risposta è in quel “DEVE”, che in greco è “déi”. Quei “déi” è un verbo che si chiama “passivo divino”. Non possiamo comprenderlo appieno, c’è un mistero dietro. È un piano, un progetto di Dio, con cui anche Gesù si affida al Padre. Quel “déi” è quel mistero a cui Gesù va incontro con fede e fiducia. Nella nostra vita cristiana ci indirizziamo verso l’obiettivo, verso un’educazione, verso una scelta, ma con quella fede, con quella consapevolezza, e anche con quel mistero che ci fa lanciare nel buio della certezza, della certezza perché anche Gesù si è lasciato affidare al Padre. San Paolo, apostolo, uomo che ha predicato il Vangelo, e ha trovato come noi molte difficoltà nel predicare, soprattutto quando parlava della croce e della risurrezione, nella Prima Lettera ai Corinzi, nel primo capitolo, dice: “la croce è scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani”. Scandalo, in greco, indica l’inciampare, il cadere, è la pietra di inciampo. Chi sono i giudei? Gli ebrei che credevano e aspettavano il Messia, ma sono anche i cristiani di oggi. Siamo noi, credenti, fedeli, che crediamo a Gesù. Paolo dice: per gli ebrei, per i giudei, per noi, la croce è scandalo e inciampo.

Quante volte anche noi diciamo, quando riceviamo un dolore, una croce, una sofferenza: “non ci credo più perché Dio non mi ha aiutato”? Ecco lo scandalo, l’inciampo.
Anche Paolo comprende che i giudei non vogliono accettare la croce. Come può un Dio salvare il mondo attraverso la sofferenza? Perché non ha scelto altro? Non c’è risposta. È un mistero.

E poi, per chi non crede, per i pagani, la croce è “stoltezza”. Quante volte sentiamo da chi non crede, non partecipa, non prega, che sono cose inutili! “Stoltezza” per chi non entra nella dimensione della fede.

E allora il Vangelo ci viene ancora e ancora incontro.
Il Vangelo di oggi è un Vangelo bello. Siamo al capitolo III del Vangelo di Giovanni. Nicodemo, quest’uomo profondo, capo dei farisei, degli scribi, uomo di conoscenza della scrittura, va di notte da Gesù per fare un colloquio sulla verità. Cos’è la verità? Cos’è Dio? Tutti dubbi che forse anche noi abbiamo dentro. E Gesù gli risponde: se vuoi comprendere tutto ciò, devi rinascere dall’alto e devi contemplare il Figlio di Dio.
Come il popolo di Israele contemplò il serpente nel deserto e fu salvato, noi che contempliamo il Cristo crocifisso verremo salvati dai nostri peccati, riceveremo la salvezza. E poi Gesù spiega: Dio ha mandato il suo Figlio nel mondo per salvare, lo ha mandato per amore. Come dicevamo all’inizio: la croce non va mai dissociata dall’amore.
Dio ha mandato il suo Figlio, Gesù si è incarnato per amore e poi ha ricevuto la croce, attraverso cui ci ha salvati, che non possiamo ignorare.

È la prima volta che nel Vangelo di Giovanni si parla di amore. Ma quale amore? di quale amore parla Gesù? Giovanni l’evangelista, che è un conoscitore sia delle lingue semitiche che del greco, comprende a chi sta scrivendo, ha una comunità che di amore ne sa tanto, ma ne sa di un amore sensuale, istintuale: l’“eros” dei primi amori, l’amore sensuale; e la “filia”, l’amore di amicizia. Due tipi di amore che per noi cristiani non sono soltanto istinti, ma debbono ricondursi all’amore ultimo.
E Gesù, spiegando tutto ciò a Nicodemo, non parla dell’amore sensuale, né dell’amore di amicizia con cui ci si aiuta facendosi dei favori. Gesù parla di quell’amore totale, amore gratuito, amore senza retribuzione. Insomma, “agape”, da cui deriva la parola “caritas” in latino.
Agape vuol dire dare senza pensare di ricevere in cambio. Gesù dona amore gratuito, caritas, senza pensare se sei buono, se sei cattivo, senza pensare che “gli conviene” stare con te perché poi gli farai un favore.
No, Gesù sulla croce dà la caritas, l’agape. Questo è il senso dell’esaltazione della croce.

Gesù ci insegna a passare attraverso la nostra vita contemplandola come una vita che si realizza, così come lui l’ha realizzata, nel mistero della volontà di Dio. Tutti noi portiamo almeno una croce nella vita, ma in pagine come quella di oggi possiamo trovare la speranza.

Gesù ha vissuto la croce perché l’ha vissuta per amore. Ci sono molti santi che parlano dell’amore e della croce: Sant’Agostino, Santa Teresa… Tra questi, scegliamo una frase splendida di San Giovanni della Croce: “Dove non c’è amore, metti amore e troverai amore”.

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