28/09/2025
Il racconto del Vangelo di oggi ci richiama alla necessità di avere ben presente che la nostra vita dipende molto da noi – la nostra vita spirituale, la nostra vita anche professionale.
Il testo, raccontandoci di Lazzaro e di questo uomo ricco, e soprattutto con le parole di Abramo, ci mette davanti ad una “strumentazione” che può effettivamente farci fare la differenza.
Oggi qui in parrocchia celebriamo il Sacramento dalla Cresima. Quasi tutti noi qui presenti lo abbiamo ricevuto; ma, nonostante siamo stati segnati dallo Spirito Santo, spesso ci dimentichiamo che questo Spirito non è uno che va e viene, ma è con noi, ed è con noi non solo per farci una buona compagnia, ma per ascoltare – dice la parabola di Luca: se non ascoltano Mosè e i profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti – ; noi non dobbiamo vivere con la preoccupazione di morire – quasi a dire prima muoio e prima mi incontro con il Dio vivente, con Cristo Crocifisso, con il suo Spirito -; il Cristianesimo non è l’esperienza dei morti, ma dei vivi! anzi, lo Spirito Santo ci viene continuamente a ricordare che proprio perché siamo cristiani battezzati e confermati siamo vivi.
Però il termometro per non perdere di vista la nostra vera realizzazione, qualsiasi sia la nostra età, ce lo suggerisce Paolo in questo testo molto bello che oggi la liturgia ci mette a disposizione. Paolo rivolgendosi a questo suo grande collaboratore dice quello che dovremmo noi sempre avere presente, e questo non è un titolo introduttivo ma è la vera esperienza che noi facciamo dal battesimo e dal momento che Dio ci ha voluto attraverso l’amore dei nostri genitori: noi, ma già prima nel suo cuore, nella sua mente, siamo uomini e donne di Dio, cioè persone che hanno la necessità di scegliere; e scegliere cosa comporta? Paolo è concreto e dice: evita queste cose, tendi invece alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza. Sarebbe ridicolo ma purtroppo succede spesso che noi con i sacramenti che riceviamo, ma anche con la stessa Eucaristia che ogni domenica ci viene donata, in tutte le occasioni in cui noi ci incontriamo con Gesù, noi chiudessimo questa presenza, questo dono dentro di noi e non lo mettessimo nel quotidiano nelle nostre attività, nella nostra vita di famiglia, nella nostra vita di ogni giorno. È chiaro che noi non dobbiamo vivere con la paura, non dobbiamo concludere che essere cristiano, essere cristiana è molto impegnativo, difficile: non è vero! perché il tendere non vuol dire riuscire, ma il cristiano vive attraverso la quotidiana preghiera, la partecipazione all’Eucaristia; vive questa tensione, questo atteggiamento di chi non perde mai i contatti con i doni che ha ricevuto. Ecco allora che dobbiamo tendere sempre – e il tendere non ci deve spaventare, non ci deve stancare, ma ci deve far scoprire che noi siamo veramente attrezzati in noi: se ci pensiamo bene Dio Padre in Gesù ci dà tutto ciò di cui abbiamo bisogno. Ma c’è un secondo invito che fa Paolo: combatti la buona battaglia della fede. Il combattere non equivale ad andare in guerra, ma equivale a ricordarci che dove siamo, nella nostra comunità parrocchiale, nelle attività di scuola, di lavoro, nelle nostre famiglie, noi dobbiamo essere veramente impegnati nella battaglia della fede perché non ci stanchiamo, non ci lasciamo spaventare dalle difficoltà che sono continue, di ogni tipo, ma ci impegniamo a non perdere: ecco il combattimento. Noi non siamo chiamati solo ad una dimensione che è legata alla data di nascita e alla data di morte, ma siamo chiamati a vivere questa eternità nella gioia, nella quotidianità dei nostri rapporti con le persone con cui noi viviamo, studiamo, lavoriamo; dobbiamo renderci conto che noi siamo chiamati a questa eternità, ma già oggi, e la dimostrazione di questa eternità sono le nostre scelte, il nostro stile di vita, il nostro modo di rapportarci con le persone.
E noi se ci pensiamo bene – tornando alla parola del Vangelo – siamo chiamati ad avvertire (dice il testo “ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre perché io ho cinque fratelli: li ammonisca severamente perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”). Ecco il senso di ricevere la Confermazione, ecco i Sacramenti, ecco la necessità della riconciliazione, dell’Eucaristia Domenicale, perché noi con la nostra storia personale siamo degli inviati, siamo dei missionari. E allora la confermazione non è un documento che in qualche modo inseriamo nei tanti documenti avvantaggiandoci… ma è un sacramento dei vivi, è un sacramento che ci porta ad essere mandati. E allora ognuno di noi si senta mandato, si senta capace innanzitutto con la sua testimonianza di ricordare, ammonire nel senso di proporre; questo lo chiediamo per tutti noi, lo chiediamo perché possiamo veramente – e concludiamo con le parole di Paolo – “conservare senza macchia e in modo irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo”.