14/12/2025
In questa terza domenica di Avvento ci viene fatto un dono particolare: è il dono della bellezza e della speranza, che ci viene dal non essere soli, dalla certezza che se qualcuno ce l’ha fatta possiamo farcela anche noi. Ma facciamo un passo indietro.
Che cosa significa la frase del profeta Isaia che abbiamo ascoltato nella prima lettura di oggi? Siamo al capitolo 35 e Isaia dice così: come fiore di narciso fiorisca. Cosa ha di particolare il fiore di narciso? Come fiorisce questo fiore? A dire il vero è un fiore come tutti gli altri, ha petali, ha foglie, ha un pistillo, ma ha una particolarità, ha un profumo molto intenso. Anzi il suo nome deriva proprio dal fatto che questo profumo è talmente forte da stordire. Ma non è questa probabilmente la particolarità che porta Isaia a dire che il deserto può fiorire come un narciso. Infatti la caratteristica principale di questo fiore è che il narciso fiorisce per primo, quando la primavera non è ancora arrivata. Quando, per avere in premio un’ape che lo impollini, deve darsi da fare, deve dire a sé stesso che non basta il solito profumo per raggiungere il risultato sperato. Quando il freddo dell’inverno non è ancora andato via, occorre un profumo inebriante per vincere il gelo. Ecco perché sul finire dell’inverno il narciso fiorisce con la sua speranza, con il fiuto del calore che le altre piante non hanno ancora neanche intuito, addormentate dentro il freddo.
Ma in qualche modo questa pianta dice qualcosa anche a noi in questa terza domenica d’Avvento: ci invita a sperare, a superare anche noi i nostri personali inverni. C’è ad esempio l’inverno dei nostri dolori, di quel male che ti si attacca alla pelle e alle ossa e che non ti lascia stare. A volte senti talmente forte il dolore dentro di te da lasciarti andare alle lacrime, e nei casi più estremi alla disperazione. Ma c’è anche l’inverno dei nostri dubbi, delle nostre incertezze. Come quando una nebbia fitta scende e tu non riesci a vedere neanche a un metro davanti a te. Non sai che cosa ti aspetta. E il dubbio ha la stessa caratteristica di un altro inverno che ci portiamo dentro, che è l’inverno delle nostre paure, che ci blocca, che ci impedisce di camminare, di andare avanti. Ci sono paure logiche, ma ci sono purtroppo anche tante paure illogiche, paure che si alimentano e ci avvelenano.
Per fiorire, per non restare intrappolato dentro il proprio inverno, il narciso deve trovare un senso. Ecco: Gesù oggi, nel Vangelo che abbiamo ascoltato, ci invita – per trovare come il narciso un senso, per superare l’inverno – a fare come Giovanni il Battista. Cioè ci invita a non aver paura, a dire ad alta voce che quando hai freddo, quando il buio dell’inverno ti circonda, è difficile credere nella primavera. Arriverà? Certo, ma quando? Anzi ti senti così debole che non credi neanche di riuscire a superarlo l’inverno. Ed eccola la domanda che pone Giovanni a Gesù: ma sei veramente tu colui che ci salva?
È la domanda che possiamo fare anche noi al Signore quando stiamo male: veramente la salvezza viene da te? Veramente c’è qualcosa da sperare e qualcuno in cui credere? Veramente la fede non è una presa in giro?
Giovanni era in carcere, vedeva il mondo dalle sbarre della sua cella. Era come una scimmia in gabbia, utile semplicemente per far divertire Erode. Ma Gesù gli fa un invito, lo invita a avvolgere lo sguardo altrove, a cercare coloro che come i narcisi quella primavera l’hanno fiutata, l’hanno riconosciuta e si sono impegnati a profumare più di tutti gli altri.
Nella sua incarnazione Gesù non si è accontentato di darci un Vangelo e dei valori, non si è limitato a darci dei principi sui quali basare la nostra vita e dei riti che lo accompagnano. Ma ci ha fatto un dono piuttosto speciale: ci ha donato la Chiesa, un tempo – l’abbiamo detto la prima domenica di Avvento – , uno spazio – l’abbiamo detto domenica scorsa – ma soprattutto dei compagni di strada. Ci ha dato qualcuno che per il solo esserci accanto ci può dare la forza e il coraggio.
C’è una canzone di Jovanotti, “Perché tu ci sei”, che dice così:
Per le stelle che si mimetizzano
mentre l’alba si illumina
Per la gioia di esserci
quando vincono gli ultimi
Per la mappa del mondo
che è scritta
sulle mani dei vecchi e dei piccoli
Per la forza che mi hai dato
mi stai dando
e mi darai
Per tutto questo
ma anche solamente
perché tu ci sei
nella mia vita
a risvegliare il mondo
quando io non lo sento
nella mia vita
a darmi il tuo sostegno
se perdo l’equilibro
se non ci credo più
mi volto e ci sei tu.
Questo lo può dire anche ogni cristiano che quando vive l’evento drammatico di una vita fragile, sa di avere dei compagni di strada che non lo lasceranno solo.
Sì, l’Avvento è un tempo di speranza e di compagnia, di attesa di un Dio che nasce solo, ma che genera la Chiesa; questa Chiesa piena di Lui, piena di domani, una Chiesa che con tutti i suoi limiti, quei limiti dell’inverno che essa stessa vive, profuma più di ogni altra speranza.