13/09/2026
“Rancore e ira sono cose orribili, e il peccatore le porta dentro”. È la frase iniziale della prima lettura di questa domenica, che è tratta dal libro del Siracide, uno dei cosiddetti libri sapienziali dell’Antico Testamento; una raccolta di sentenze, di esperienze che, in qualche modo, condensano quella che era la sapienza, la saggezza di Israele.
È necessario fermarci qualche istante su questa frase, perché porta dentro una verità che tutti quanti conosciamo, che è la rabbia, l’esperienza interiore di questo sentimento che a volte arriva in modo dirompente nella nostra esistenza. Non pensiamo soltanto a quella rabbia di chi butta tutto in aria (cosa che a volte può essere anche uno sfogo positivo, che può aiutarci in qualche modo a tirar fuori quel che abbiamo dentro), ma alla rabbia più terribile, quella che veramente può fare male, perché rimane un po’ a coprire il nostro cuore, come la polvere sui mobili quando la casa rimane chiusa per tanto tempo: sedimenta lì sopra e lascia uno strato che non ti permette di vivere, che ti soffoca.
La rabbia che spacca tutto, dicevamo, a volte può essere addirittura considerata qualcosa di positivo.
C’è anche un modo di dire, soprattutto tra i più giovani, quando devi andare a fare qualcosa e devi dare il massimo di te stesso: ti dicono “spacca tutto”. Non è che devi andare lì e fare una strage, ma vai e metti tutta la tua forza, tutta la tua volontà, tutto il tuo desiderio a servizio di qualcosa che consideri buono. Perché il problema è proprio questo: dare alla rabbia una direzione che le permetta di incanalarsi verso qualcosa di buono.
D’altronde, è una forza che può essere anche una forza vivificante. Quando invece rimane lì e sedimenta nel cuore, diventa rancore, diventa una rabbia che ha smesso di camminare e ha iniziato a marcire, che imputridisce dentro di noi.
Basta guardarci intorno, ai grandi conflitti del mondo, dove uomini che si sentono forti pensano di poter giocare con le vite degli altri come si può giocare, in una sera d’estate, una partita a Risiko tra amici.
Lo vediamo anche nella politica, nello sport… e soprattutto in uno dei luoghi dove oggi le persone scaricano di più la loro rabbia in maniera molto violenta, anche solo con le parole: i social network, un luogo – da Facebook in giù – dove le persone vomitano tutto il loro risentimento, tutta la loro rabbia, tutta la fatica di vivere con serenità la loro esistenza.
Ecco, sarebbe troppo facile pensare che questa cosa non ci riguardi, esprimere un giudizio superficiale: il mondo è cattivo. Perché quello che dobbiamo riconoscere è che quella stessa rabbia abita, almeno come possibilità, anche dentro di me.
Dentro di me c’è qualcosa che costruisce e qualcosa che distrugge; c’è una parte capace di bene, di pazienza e di generosità e ce n’è un’altra che rischia di essere vittima dell’ingiustizia, che fatica a sopportare anche semplicemente qualcuno che la pensa in modo diverso da me, perché mi critica; una parte di me che, quando viene ferita, diventa in qualche modo capace di vendetta: voglio che chi mi ha ferito la paghi.
Possiamo dire che dentro abbiamo un po’ una specie di “parlamento interiore”: fra maggioranza e minoranza, si vengono a creare delle situazioni rissose.
Essere cristiani non vuol dire aver abolito, per grazia divina, questa rissosità interiore: è prendere consapevolezza che questa minoranza rissosa esiste dentro di noi.
E facciamo attenzione… spesso noi, in Chiesa, questa minoranza rissosa la battezziamo e le diamo nomi nuovi; la chiamiamo giustizia, la chiamiamo chiarezza, coerenza, difesa della verità, a volte addirittura amore per la Chiesa. Ma, se siamo onesti con noi stessi, rischiamo semplicemente di dare un nome nobile a qualcosa che nobile non è.
E allora Paolo ci dice: ricordati che dentro di te abitano il bene e il male, ma Dio guarda dentro di te e ama tutto di te.
“Se viviamo viviamo per il Signore, dice Paolo, se moriamo moriamo per il Signore”. Tutto quello che ci appartiene appartiene a Cristo, anche la parte di me che non mi piace. Anche il mio desiderio, qualche volta, che l’altro si accorga che mi ha fatto soffrire.
Non devo fingere che tutto questo non esista, ma lo devo portare davanti al Signore nella preghiera.
Ed è qui che possiamo capire qualcosa di più del Vangelo di oggi.
Pietro domanda a Gesù: quante volte devo perdonare un fratello? Fino a sette volte…? Pietro già fa un balzo in avanti rispetto ai rabbini del tempo, che dicevano che bisogna perdonare almeno fino a tre volte. E Gesù gli risponde: fino a settanta volte sette!
Ma qui non si tratta di prendere le misure del perdono e fare un calcolo bello di quante volte devo accogliere il fratello che viene a bussare alla mia porta e a chiedermi scusa.
Il punto è un altro.
La domanda che mi devo fare è: che cosa ci faccio, cosa voglio farci con quella rabbia che nasce dentro di me quando qualcuno mi ferisce?
Perché non è cristiano dire: “Ah, no, non ti preoccupare, non è successo niente!”. Perché lo dici con le parole, però poi dentro il cuore è frantumato, e quella roba che sta lì dentro, prima o poi, esce.
E più la lasci sedimentare – un po’ come le bollicine – e più, quando puoi, stappi lo spumante, fa il botto più grosso. Perché, in qualche modo, gorgoglia dentro di noi.
E l’altra cosa sbagliata che noi riteniamo di fare come buoni cristiani è pensare che perdonare significhi dimenticare.
Le cose sono due: o ci facciamo dare una botta in testa e dimentichiamo per virtù medica, o dovremmo farci lobotomizzare come avveniva un tempo… altrimenti la memoria permane.
Dio non vuole chiederci qualcosa che, in qualche modo, scavalchi la nostra natura umana, non ci chiede di non essere uomini.
Ma ci chiede: cosa ne fai di quel rancore, di quella rabbia, di quel dolore che porti dentro?
Tu puoi fare due cose: o la prendi, quella rabbia, e la incanali, oppure diventi schiavo di quella rabbia.
Eccolo il senso del Vangelo.
Un uomo viene perdonato, viene liberato; riconosce la misericordia, ma non è capace di fare il passo che lo porterà poi di fronte al fratello a vivere da un uomo libero, e torna ad essere schiavo.
Allora oggi, sentendoci uomini e donne perdonati dal Signore, vogliamo provare a dire al Signore che vogliamo che, in quel parlamento interiore, dove la minoranza rancorosa, nonostante sia minoranza, ottiene più di quanto non ottenga la maggioranza, torni a stare al suo posto: presente, sì, ma non a governare la nostra vita.
La nostra vita deve essere governata dai sentimenti della pazienza, dell’onestà, della giustizia, della verità; questo perché noi siamo suoi, gli apparteniamo.
E se nella preghiera ci affidiamo completamente al Signore, il Signore è capace di accompagnarci in questo processo di trasformazione interiore.
Possiamo chiedere al Dio di generare dentro di noi la bellezza.
E allora concludiamo oggi con una preghiera:
Signore,
non togliere da me ogni rabbia, insegnami a trasformarla.
Non cancellare le mie ferite, impediscimi che diventino ferite per gli altri.
Non permettere che il rancore diventi il padrone della mia vita.
Fa’ che la forza che è in me, invece di distruggere, impari finalmente ad amare.
Al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo,
che solo possono trasformare il cuore dell’uomo,
ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli.
Amen.